vita da freelancer

Gioie e dolori del giovane freelancer

Poco tempo fa mi sono imbattuta in questo interessante articolo di Open (per cui ringrazio i sistemi di raccomandazione di Google, devo rendergliene conto.) in cui viene citata una cifra derivante da un sondaggio ad opera di A.C.T.A., l’associazione dei freelance: unmilionequattrocentomila. È questo il numero dei liberi professionisti in Italia nel 2018. È questo il numero di persone che hanno deciso di vivere una vita di incertezza lavorativa o di continuare a farlo. Tra questi, da oltre due anni, ci sono anch’io e posso confermare che sì: la vita del freelancer è piena di dolori.

Tanto per cominciare, da quando ho aperto la partita IVA faccio fatica a respirare. Quei gesti naturali, come inspirare ed espirare, talvolta diventano così complicati da portare a termine che devo fermarmi a pensarci su un momento. Forse dovrei fare yoga o vedere uno specialista che mi insegni tecniche efficaci di mindfullness, ma purtroppo entrambe le opzioni non sono incluse nello stretto range di possibilità a cui il mio “stipendio” mi permette di accedere.

Lo stipendio non esiste, ovviamente, ma esistono i progetti. La maggior parte dei clienti indice una gara, oggi per lo più tramite i canali digitali (gruppi Facebook di settore, piattaforme per freelancers) e si gioca al ribasso, con conseguenti svalutazioni da parte dei professionisti pur di accaparrarsi il lavoro.

Io sono stata fortunata, perché ho trovato per lo più collaborazioni continuative che mi garantivano entrate fisse mensili a patto di consegnare il lavoro rispettando le deadline. All’inizio tutto bene, finché poi, per mancanza di cultura in questo settore, i responsabili del progetto tendevano a prendersi non il dito, non il braccio, ma tutta la persona. La pretesa, implicita e sottile, era quella che tu fossi a disposizione per loro h24. Non te lo dicono ma ti tampinano di mail. Non te lo impongono a parole, ma le loro pretese ti portano a spendere più tempo di quanto dovresti dedicare a un incarico così retribuito. Non lo ammetteranno mai, ma la tua libertà a loro fa un po’ invidia e il loro potere, seppur piccolo, fa sempre tanta gola.

Infine, c’è quello che a mio parere è il peggior male del mondo del lavoro in Italia: il nero. Ok, forse sarò una voce fuori dal coro ma – nonostante sia perfettamente consapevole che io la pensione non la vedrò mai – voglio sperare di percepire la maternità e la malattia, qualora ne avessi bisogno. Tanto come i lavoratori dipendenti, quanto per i liberi professionisti, questi ultimi sostegni sono calcolati sulla base del reddito dichiarato l’anno precedente. Si tratta di una percentuale su un totale che, se si comincia a non dichiarare di qua e di là, non potrà mai essere dignitoso. Ironia della sorte, anche se tu scegli di fare le cose per bene, è facile scontrarsi contro un muro di gomma. Se infatti ti appoggi a degli intermediari, che si tratti di agenzie o di scuole private, potresti sentirti rivolgere frasi di questo tipo: “Se il cliente non vuole pagare l’I.V.A. io cosa ci posso fare?”.

Perché?

Esatto: dati tutti questi svantaggi, perché i freelancers hanno scelto un percorso così tortuoso? Perché l’ho fatto anch’io?

Per fare esperienza nel campo in cui davvero volevo lavorare. C’è infatti chi ha sempre saputo cosa volesse fare da grande e poi c’è chi, come me, lo ha scoperto strada facendo. Le ragioni possono essere le più svariate e talvolta possono riguardare scelte che non hanno dipeso da te. In ogni caso, un giorno ti ritrovi con una nuova consapevolezza in mano e un futuro da costruire, se vuoi. Sì, perché puoi sempre prendere la strada più sicura: salire su un treno e sederti al tuo posto. Lì, avrai un pasto garantito e non ti dovrai preoccupare della direzione in cui stai andando, godendoti un pezzettino di paesaggio: quello che vedi dal finestrino. Non sarà sempre facile, anzi, potrebbe essere spesso molto noioso o molto stressante. Tuttavia, se farai il bravo, potrai spostarti in prima classe e prendere decisioni un po’ più rilevati circa la merce trasportata dal treno. Che poi cos’è che trasporta?

Gioie

Nella vita del freelancer ci sono anche tante gioie. La prima, deriva senza dubbio dalla diversità. In questi due anni, ho scoperto così tanti mondi diversi da poterci scrivere un libro. Ho collaborato con associazioni benefiche e aziende di tecnologia, ho partecipato grazie a loro a eventi che mi sono stati molto formativi.

Ho imparato a usare strumenti che non conoscevo e ho scoperto nuove possibilità. Senza rendermene conto sono diventata anch’io una slash worker, ovvero una persona dalla professionalità multipla, sia perché ho sempre odiato chi ti appioppa un’etichetta, sia per necessità di sopravvivere nella flessibilità del mondo del lavoro contemporaneo, sia perché mi piace. Mi piace fare cose diverse, pur legate da un medesimo fil rouge.

Ho infatti compreso l’importanza della formazione e mi sono rimessa a studiare, per me stessa e per la mia professionalità. Ho dato l’esame e mi sono cercata opportunità di fare pratica in un nuovo campo e ora posso dire di non essere solo copywriter ma anche insegnante di italiano a stranieri. Ho capito che è importante avere sempre un piano B e anche uno C e che, anche se amo scrivere nel mio coworking o nella mia biblioteca preferiti, la soddisfazione che proviene dalle relazioni, virtuali o in loco, che instauri con quelli che puoi chiamare “i tuoi studenti” è impagabile.

Infine, il lavoro da remoto mi ha permesso di viaggiare e di prendere parte a progetti in luoghi in cui mai avrei immaginato di vivere.

Prospettive

Devo ammettere che, da quando è iniziato il 2019, ho vacillato più volte. Dopo un 2018 in cui il mio tempo libero è stato praticamente nullo, surclassato dall’urgenza di gestire lavori diversi per poter arrivare a tre zeri a fine mese, ho deciso di prendermi del tempo per me. Questo ha comportato un ulteriore impoverimento delle mie risorse economiche, in un mondo in cui senza di esse è decisamente difficile stare al passo degli altri. Nelle notti più buie, ho pensato di abbandonare i miei sogni e di rimettermi sulla carreggiata principale, potendo ora offire ai recruiter un bagaglio di esperienze e di competenze più consistente rispetto a due anni fa. Il problema è che è difficile tornare indietro quando hai capito quello che vuoi veramente. Quella vocina interiore si aggrappa ai tuoi valori con entrambe le mani e ti ricorda dove è nato tutto questo. Ti ricorda che hai accarezzato con le tue mani la brevità della vita. Che hai visto con i tuoi occhi la bellezza della libertà e il potere vitale che motivazione e passione esercitano insieme. La tendenza a fare progetti è qualcosa che mi porto dentro da sempre, probabilmente, ed è più forte di me. So che da sola non ce la posso fare, so che mi mancano molte qualità per progredire, ma so anche che la forza della mia immaginazione per qualche motivo non vuole smettere di lottare.

Lo scorso mese sono tornata al Freelance Day, un evento fantastico che attendevo da un anno, dopo che vi sono stata per la prima volta nel 2018 (ve ne avevo parlato qui). Gli interventi dei vari professionisti sono stati interessanti come sempre, ma in particolare sono rimasta colpita da un incontro inaspettato. Si tratta di una persona che avevo conosciuto l’estate prima durante un evento presso il Talent Garden di via Merano a Milano che riguardava i sogni, tenuto da Anna. Durante questo incontro, in cui noi partecipanti eravamo guidati nella ricerca interiore di quello che davvero vorremmo fare se non vi fossero ostacoli davanti a noi, un ragazzo apparentemente timido mi disse che era interessato a lasciare il suo lavoro sicuro per mettersi in proprio. Parlammo un po’, mi chiese informazioni riguardo alla mia attività e a me parve tanto interessato quanto perplesso.

Quando, a distanza di pochi mesi, lo rincontrai a Torino, il suo sorriso non poté esprimere una più grande soddisfazione per quello che stava facendo. Ora anche lui è entrato nel mondo dei freelancers, lavora sodo per un’azienda che gli ha affidato un incarico e nel frattempo si occupa della sua passione: i video. Insieme abbiamo partecipato a un intervento sul tema delle proficue relazioni tra liberi professionisti, quelle che combattono l’arido mondo della competizione con i frutti delle collaborazioni felici. In testa, tanto nella mia quanto nella sua, mille progetti, con la differenza che lui porta con sé un entusiasmo che io stavo rischiando di perdere. Se vi va, date un’occhiata ai suoi lavori, perché sono davvero interessanti.

L’entusiasmo del freelancer

È proprio l’entusiasmo il punto. Si tratta, per me, del motore che muove le decisioni di chi ha scelto e continua a scegliere di lavorare in proprio. Se hai deciso di essere il capo di te stesso, significa che volevi essere padrone delle tue azioni, indirizzandole verso percorsi in linea con i tuoi valori. La strada è ancora lunga, dissestata di compromessi e ricerche volti a un obiettivo più grande: poter lavorare per una realtà che ti (che mi) rappresenti al 100% o, ancora meglio, poter dar vita a un’attività – azienda o associazione – che faccia qualcosa di valore per me. La sera, quando torno a casa o alzo la testa dal pc, voglio potermi guardare alle spalle e rendermi conto che ho fatto qualcosa di buono. Sì, di buono.

Non pretendo certo di salvare le sorti dell’umanità, mi accontento di aver veicolato un messaggio importante attraverso le mie parole o di aver insegnato un pezzetto della mia cultura a una persona con un background completamente diverso dal mio, facendola sentire – lo spero – un po’ meno straniera e un po’ più a casa (magari dopo averle spiegato che ticket si dice biglietto, quello che spenderà proprio nel nostro Bel Paese).

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