Riguardo al tempo

Arrivai a Maradi alla fine della stagione delle piogge. Luglio e agosto erano gli unici mesi che portavano la vita nel Sahel, quella terra di confine meridionale tra il Sahara e la zona tropicale più umida a sud. La lunga stagione arida formava una transizione aperta tra i periodi di crescita, un incantesimo dell’oblio e della memoria.  

Tranne che nei mesi più freddi, dormivo all’aperto, sotto il portico di fronte alla casa di cemento di quattro stanze assegnatami come volontario dei Corpi di Pace. Il mio letto Hausa era fatto di rami sottili e dritti, meticolosamente legati insieme in una sorta di piattaforma inscatolata che assomigliava, più che ad ogni altra cosa, a una libreria, capovolta in modo da poterci dormire sul retro. Una zanzariera era appesa alla runfa, una tettoia di stuoie di paglia installata sopra tutta la veranda. Al mattino e alla sera, il materasso in gommapiuma rivestito in tessuto olandese con stampa a cera fungeva da “salotto” all’aperto.

Mi appoggiai per leggere e guardare con soddisfazione il mio giardino di piante di cavolo e calendule. Dalla strada si potevano vedere due alberi di agrumi, un limone e un lime, all’interno delle mura di cemento che circondavano la casa. Una notte, forse la terza o la quarta che trascorrevo nella mia nuova casa, un ragazzo scavalcò il cancello e rubò la piccola sveglia da viaggio che avevo messo sul pavimento di cemento, accanto al letto coperto con la zanzariera. Ero preoccupata di non svegliarmi in tempo il mio primo giorno di insegnamento alla scuola secondaria. Non avrei dovuto esserlo. Il sole, con il suo ritmo, regolava tutte le  occasioni.

Allora non sapevo molto del tempo. Non avevo pensato che potesse essere rubato. Se pensavo al tempo, era in termini di spazio, breve o lungo, ansioso o relativamente calmo. Nel mio film mentale del mondo, vedo ancora un calendario bi-dimensionale, a forma di mandorla, con i mesi da settembre a giugno nella parte inferiore, oscurati, mentre luglio e agosto, nel lato superiore dell’ovale appuntito, illuminano il resto dell’anno.

Non mi era mai venuto in mente che qualcuno della mia età (ventidue anni) non avrebbe potuto avere molto tempo. Dopo tutto, ero sopravvissuta all’eternità dell’infanzia e della giovinezza, incluso, tra le altre calamità, un incidente d’auto il giorno del compleanno di mia madre, proprio nel mezzo del mio inverno a forma di mandorla.

*

In un primo pomeriggio di gennaio, dopo una forte nevicata nella contea di Westchester, New York, distrussi l’auto di mio padre. I fiori ordinati da me e mia sorella il giorno prima erano stati consegnati a casa da non più di un quarto d’ora quando tutto successe. Avevo diciassette anni, mia sorella un anno in più.

Mia madre non teneva un giardino e non invitava gente a casa. Per ordinare la sorpresa per il compleanno eravamo andate per la prima volta da un fioraio. Non sapevamo nulla del linguaggio delle piante, ma volevamo qualcosa di più esotico delle rose. Avevamo superato il Natale relativamente indenni e forse, inconsciamente, volevamo dare importanza a quello che sembrava essere un momento storico.

Abbiamo scelto una composizione di spighe esotiche di fiori rossi, arancioni e gialli che avevamo visto quando eravamo entrate nel negozio. Erano in una disposizione verticale che potevamo immaginare avrebbe occupato il nostro tavolo della sala per giorni, una settimana, anche. Il negoziante, dubbioso, chiese se eravamo sicure e dicemmo di sì, che erano sensazionali.

Quando li aprì, mia madre li fissò, come scioccata. Capimmo di aver commesso un errore mortale.

“I gladioli sono per la gente morta!” disse mentre smontava la composizione e accorciava i gambi, gettandoli in un vaso per farne qualcosa con cui potesse convivere.

Ci disse di andarcene a fare una commissione, spingendoci fuori, perché aveva bisogno di ripulire la cucina dall’odore che i fiori avevano portato.

Mentre stavo sintonizzando la radio con la mano destra, proprio dietro l’angolo del nostro vialetto, i gladioli dimenticati per il momento, finii in un cumulo di neve e colpii un albero. L’auto fu completamente distrutta e, anche se eravamo solo leggermente ferite con tagli alla bocca e ginocchia doloranti, andammo al pronto soccorso.

Mio padre mi fece tornare a casa dall’ospedale guidando la macchina di mia madre. “Rimettiti in sella”, disse. Mia madre e mia sorella erano sul sedile posteriore e nessuno parlava, ma vidi lo sguardo accusatore nello specchietto retrovisore, sospeso densamente nell’aria permanentemente satura di fumo di sigaretta stantio. Guidai per cinque miglia tra l’ospedale e la casa quasi al rallentatore. Quando finalmente arrivammo, mia madre gettò le incriminate lance di colore nella spazzatura, per lei una premonizione di sventura.

*

La notte in cui il ladro mi fece visita, avevo dormito a malapena un’ora quando mi ero svegliata. Avevo sentito passi morbidi e un suono di raschiamento vicino al muro. Alzai la zanzariera e mi guardai intorno, disorientata. Il mio orologio era sparito. Spaventata, entrai in casa dove, sebbene avessi un letto in stile occidentale, faceva troppo caldo per dormire. La notte successiva tornai all’aperto, chiudendo a chiave la porta d’ingresso e mettendo la chiave sotto il cuscino.

Ricordo di aver pensato che avrei dovuto denunciare l’incidente al commissariato, e avevo sentito qualcosa a proposito di un capo della polizia e della casa dall’altra parte della strada.

Il pomeriggio dopo attraversai la strada. Alla porta, mi annunciai battendo le mani. Una giovane donna alta e magra venne alla porta. Aveva caldi occhi marroni e denti bianchi dritti che brillavano nell’ingresso ombreggiato dell’abitazione. Era vestita con un pagne di cera olandese rosso, un taglio di stoffa lungo circa due metri, avvolta intorno a lei come una gonna, e un maglione bianco a maniche corte in stile occidentale che rivelava braccia sottili e muscolose. Indossava sandali infradito di cuoio e, avvolto intorno alla testa, un turbante della stessa stoffa della gonna.

Intravidi un ampio cortile interno e, al di là, una serie di stanze a forma di L, fatte di tradizionali muri di fango e non di blocchi di cemento, come le pareti più moderne della mia casa. Provai a parlare usando il mio limitato vocabolario Hausa, ma lei mi disse in francese che il suo nome era Aïssa. Parlava Djerma invece di Hausa perché proveniva dalla parte occidentale del paese.

Le dissi il mio nome e perché vivevo dall’altra parte della strada, ma lei sapeva già tutto di me. Rise della mia situazione, quindi capii che segnalare il furto dell’orologio rubato era inutile. Mi disse che ero a casa della madre del capo della polizia e che lei era la cugina del capo, che si prendeva cura di sua zia. Il capo viveva sopra il commissariato, la stazione di polizia, e potevo andarci, ma era domenica e non ci avrei trovato nessuno.

Alle quattro di un pomeriggio della settimana successiva, salii i gradini del commissariato.  Gli agenti mi guardarono con interesse. Essendo una anasara, fui trattata con un certo grado di rispetto, che proveniva più dalla curiosità che dal retaggio  coloniale. Mi fu detto di aspettare.

Presto fui invitata nell’ufficio del capo della polizia, dove incontrai Idrissa Traoré. Era alto e squadrato. Potevo vedere una somiglianza familiare con sua cugina. Avevano la stessa linea del mento e i suoi occhi erano grandi e vivaci, proprio come quelli di Aïssa.

Sapeva tutto del mio orologio, e anche lui rideva della mia ingenuità. Mi disse che se avessero trovato l’uomo che l’aveva preso gli avrebbero tagliato la mano, ma non sarebbe stato trovato. Dissi che avevo capito. Quello che volevo davvero allora era chiedere che venisse spostato il mucchio di terra che stava contro la parete posteriore di casa mia, dove non c’erano case vicine: un terreno  vuoto che costituiva un invito aperto. Accettò di farlo fare per il quartiere di sua madre.

Aïssa e io diventammo amiche. Parlammo della vita delle donne e delle ragazze e nelle nostre diverse culture e ci confidammo i nostri desideri per il futuro. Aïssa aveva un bel fidanzato. In realtà, aveva tre pretendenti, ma era il soldato quello che preferiva, e, sebbene la sua famiglia si opponesse, aveva deciso di sposarsi per amore.

Aïssa era stupita che avessi potuto allontanarmi così tanto da mia madre. Mi insegnò la ricetta di sua mamma per fare una salsa piccante da mangiare con il pollo. Al mercato, mi spiegò come contrattare per un pezzo di stoffa e quali mercanti evitare. Dal negozio libanese di cibi conservati, comprai un barattolo di pesche sciroppate e le spalmammo sul pane francese come dolce, la sera dopo cena.

Mentre ci appoggiavamo ai cuscini sul mio letto sotto al portico, fianco a fianco, come sorelle, mi mostrò che se guardavo il cielo verso nord potevo sapere che ora fosse dal passaggio delle stelle sopra la testa. Alle otto di sera, il Grande e il Piccolo Carro stavano sorgendo a sinistra e la Stella Polare era dritta davanti. A mezzanotte, la Stella Polare era già nelle prime ore del giorno successivo sopra il deserto e il Grande Carro stava rovesciando il suo carico.

Quanto le mancava sua madre! Non vedeva l’ora di starle di nuovo vicino quando sposò il suo soldato. Le preparai la farina d’avena (Quaker) e i pancakes con il mix Betty Crocker, entrambi con vero sciroppo d’acero del Vermont che avevo comprato dai missionari americani.

Un giorno di fine ottobre, Aïssa mi disse di avere male alla tempia sinistra. In pochi giorni peggiorò e presto perse la vista dall’occhio sinistro. Gli Americani missionari, che avevano un complesso ecclesiastico vicino alla scuola in cui insegnavo, erano convenzionati con un ospedale oftalmico a Kano, nel nord della Nigeria.

Quando Idrissa venne a trovare sua madre e si fermò a parlare con noi mentre stavamo sedute su basse sedie di fronte alla casa di sua madre, gliene parlai. Gli ci vollero circa sei settimane per mettere insieme i soldi, e Aïssa andò a Kano il 26 dicembre. A quel punto poteva vedere solo con l’occhio destro. Era stanca e aveva la tosse.

Non ebbi sue notizie per una settimana, durante la quale anch’io avevo avuto una terribile bronchite e dalla quale mi ero ristabilita grazie agli antibiotici ricevuti da un dottore francese che faceva il servizio militare a Maradi. In quella luminosa e fragile domenica mattina, dopo un’intera notte di sonno, andai da Aïssa per sapere com’era andata con i medici della missione.

Il domestico venne alla porta. Mi disse in Hausa, che avevo cominciato a capire e a parlare, che Aïssa era molto malata.

Ba ta da lahia,” [Lei non è bene], disse in hausa.

Gli chiesi se potevo vederla e lui mi fece entrare. C’erano diverse donne nel cortile, tra cui la zia malata. Aïssa era vestita, seduta su un lettino in una piccola stanza, scarsamente illuminata da un’unica piccola finestra, in alto.

Tossiva e ansimava. Non dormiva da quando era tornata da Kano due giorni prima. Una ciotola giaceva nel suo grembo e lei vi sputava sangue. Spaventata, mandai il ragazzo a chiamare Idrissa e il dottore militare francese. In realtà io non sapevo proprio come trovarli, ma ero certa che lui ci sarebbe riuscito. I bianchi, non essendocene più di qualche centinaio, erano individuabili  grazie a una sorta di telefono senza fili e il capo della polizia, a meno che non fosse fuori città, sarebbe stato facilmente rintracciabile. Come si scoprì poi, il dottore stava giocando a tennis al French Club, un’enclave coloniale rimasta. Lui aveva la macchina e arrivò per primo.

Aïssa gli disse che non dormiva né mangiava da tre giorni, poteva solo tossire sangue e riusciva a malapena a ingoiare un po’ d’acqua. Il dottore si sedette e aprì la sua borsa, simile a quella che ricordavo, in un’infanzia lontana e vaga, portassero i medici quando venivano a fare le visite a casa. L’ospedale oculistico, si seppe in seguito, era una clinica specializzata che faceva interventi chirurgici alla cataratta e curava il tracoma e il glaucoma. I medici avevano detto che il suo problema non era la vista, ma il cuore. Una valvola causava un reflusso di sangue. Non potevano curarla.

Il medico-soldato le misurò la pressione e la lancetta ebbe un picco, rifiutando di abbassarsi, anche quando lui ebbe allentato la valvola sul manometro.

Elle a une tension terrible,” disse.

La sua pressione era incredibilmente alta.

Mentre il dottore preparava un’iniezione, mi sedetti sul letto accanto a lei e la sostenni con il mio corpo e il mio braccio destro, tenendo ferma la ciotola sulle ginocchia con la mano sinistra. Il medico le tamponò rapidamente la parte superiore del braccio con un batuffolo imbevuto di alcol e svuotò il contenuto della siringa nel muscolo. Mentre lui annotava ciò che le aveva somministrato  su un foglio di carta, lei si calmò, smettendo di tossire e sputare sangue.

“Sta dormendo?” Chiesi.

La guardò, accasciata tra le mie braccia e si mosse per controllarle il polso.

Elle est morte,” dichiarò.

Era morta. Nello spazio di un battito, letteralmente, se n’era andata.

La sdraiammo sul letto e io mi sedetti accanto a lei sul pavimento. Stringendo la sua mano ancora calda contro la mia guancia, aspirai il profumo della sua pelle, polverosa, come se il suo corpo stesse già evaporando nell’aria riarsa.

“Non può fare qualcosa per far ripartire il suo cuore?” Chiesi in francese, facendo con le mie mani gesti che indicavano la rianimazione cardiopolmonare, nel caso in cui il mio francese non fosse abbastanza buono.

“È troppo tardi,” disse.

Non avevo  mai visto la fine del tempo di qualcuno prima di allora, e lei era scivolata via proprio tra le mie braccia. Il tempo si dilatò, perse i suoi confini e nello stesso tempo si chiuse intorno a me in quella piccola stanza. Sentivo un fischio nelle orecchie. Mi sembrò di essere uscita dal mio corpo e di stare guardando la scena dall’alto del soffitto. Intravidi il dottore che chiudeva la sua borsa dietro di me. Si alzò e andò verso la porta.

“Penso che dovremmo aspettare che Idrissa arrivi qui”, dissi in francese. “Non ci vorrà molto. Dovrebbe essere lui a dirlo agli altri”.

Avrei voluto che Idrissa fosse arrivato prima, avrei voluto che fosse stato lì per autorizzare l’intervento del dottore.

Mi girava la testa e sapevo che non sarei riuscita ad alzarmi.                                              

Idrissa entrò nella stanza e si fermò ai piedi del letto. Guardò Aïssa e me, poi il dottore, e capì. Il dottore spiegò cosa aveva trovato e come aveva cercato di curarla.

“Sarebbe soffocata in poche ore”, disse. “Forse un giorno o due al massimo.”

Guardai i due uomini parlare. Idrissa non sembrava sorpreso, non così scioccato come pensai che sarebbe stato. Sapeva quello che le avevano diagnosticato a Kano, disse. Non aveva molto tempo. Era il destino. In silenzio, portò la notizia alle altre persone della casa. All’istante, un lamento si alzò nel cortile. Mi sollevai lentamente e seguii il dottore nel torpore protettivo del sole mattutino.

Fu allora che mi ricordai che giorno era: il 6 gennaio, il compleanno di mia madre, metà inverno, il punto più basso in assoluto sul lato inferiore del mio tempo a forma di pallone da football e l’anniversario dell’incidente d’auto.

Chiesi a Idrissa se ci sarebbe stato un funerale. Disse che sarebbe stata sepolta al calar della notte e che ci sarebbe stata una cerimonia con preghiere davanti alla casa tra qualche giorno. Sarebbe durata tutto il giorno. Disse che la madre di Aïssa era già in viaggio da Tillaberry. Era stata mandata a chiamare quando Aïssa era tornata da Kano. Lo sapevano.

La cerimonia non si sarebbe tenuta fino all’arrivo della madre di Aïssa, probabilmente il giorno dopo, e si sarebbe tenuta il giorno successivo. Solo gli uomini potevano partecipare. Le donne sarebbero rimaste all’interno della casa e avrebbero preparato un pasto per i maschi in lutto. Domandai se potevo partecipare e lui mi disse che potevo unirmi alle donne.

Dopo la cerimonia, di Aïssa non si parlò più. Fu come se non fosse mai esistita. Fui turbata da questo, ma non mi sentivo linguisticamente o culturalmente in grado di fare altre domande. Disse che avrei saputo il giorno della cerimonia funebre vedendo una tettoia di fronte alla casa.

Martedì, quando tornai da scuola a mezzogiorno, due dozzine di uomini, vestiti con i loro grands boubous, stavano ascoltando il Marabou recitare versetti del Corano. Ci fu una pausa mentre mi avvicinavo.

Ah Salaam-a-lei-kum“, li salutai con le mani giunte in preghiera sul cuore.

Risposero a una sola voce, “A-lei-kum Salaam,” con un leggero sorriso, e forse con piacere al saluto in arabo proveniente dalla bocca di una sconosciuta.

All’interno, le donne erano sedute per terra in semicerchio. Ripetei il saluto e ricevetti la stessa accoglienza da parte loro. Riconobbi la madre di Idrissa e sua moglie, un’ex insegnante senegalese, che salutai in francese.

La madre di Aïssa era l’unica nuova arrivata. Era vestita interamente di blu. Mi inginocchiai davanti a lei. La zia le spiegò in Djerma chi ero. Le donne guardavano il mio viso, la mia testa scoperta e la mia gonna a balze fatta in casa con stoffe locali, che si spargeva intorno a me per terra. Mi tolsi gli occhiali da sole e strizzai gli occhi in quella luce così intensa. Anche lei aveva gli occhi azzurri.

Fofo”, dissi, l’unica parola che conoscevo in Djerma.

Le donne rimasero incantate e tutte risposero: “Fofo!”

Aprii le mani verso la figura in blu. Avevamo solo il ricordo di Aïssa in comune, e lei prese le mie dita nei suoi palmi caldi, dalla pelle resa estremamente morbida dalle sofferenze della sua vita. La sua presenza, quasi protetta dalle rughe e resa libera dalla sua età e i suoi lunghi e premurosi anni riempivano il cortile. Mi tirò verso di lei, riparandomi da quel doloroso riverbero del sole di mezzogiorno nelle ombre del tardo pomeriggio con l’abbraccio di una madre.

Per mezzo di sua sorella, parlammo di Aïssa. Mi disse che sua figlia le aveva parlato da me in una lettera, che le era stata letta,  dell’anasara americana che aveva occhi azzurri come quelli di sua madre. Le confidai che lei mi aveva insegnato a fare la sua salsa piccante e a conoscere le ore del giorno guardando le stelle.

Dopo che gli uomini dall’altra parte della strada si furono dispersi nelle loro case, mi distesi sul letto Hausa in fondo alla mia  veranda e guardai le stelle prendere le loro solite posizioni nell’oscurità sopra il runfa e gli alberi gemelli di agrumi. Erano le otto secondo i miei calcoli visivi. Dissi una preghiera per Aïssa e per me stessa prima di entrare.

Alla luce della mia unica lampada da lettura, iniziai a disegnare, lavorando lentamente da una fotografia di Aissa con il suo fidanzato. Era solo uno schizzo a matita numero due, un’espressione di dolore trascritta su un foglio di carta a righe. Non avevo mai disegnato un ritratto prima ma era abbastanza somigliante.

Questo testo è stato pubblicato in inglese col titolo “On Time” su WriteSideUp, Spring 2006 e anche su Blackbird Calling and other stories, LULU, Margot Miller, 2010

Cover Photo by Awa Aidara on Unsplash

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