Gente di Dublino

Poco tempo fa mi è capitato di dover spiegare a un amico le attrazioni turistiche di Dublino, dal momento che durante gli anni dell’università vi trascorsi un mese intero, per una vacanza studio.

A dire il vero fu proprio questo mio amico a farmi domande del tipo “Cosa c’è da visitare?” … ma il problema grosso è che non seppi cosa rispondere se non con un deludente “a dire il vero non molto.”

L’Irlanda è uno Stato dove risiedono poco più di 4 milioni e 500 mila abitanti. Avete presente quanti sono? Basti pensare che nella città di New York ne vivono circa il doppio.

L’Irlanda è piccolina, ma la sua storia porta con sé un dolore grande: costretti per anni sotto il dominio inglese, gli irlandesi oggi si tengono stretti i pochi, umili, segni della propria recente indipendenza. A Dublino i musei si contano sulle dita di una mano, la pinacoteca è una e sembra più simile alla collezione personale di un nobile locale, che un museo ove per accedere bisogna pagare il biglietto. Il Castello della città è “carino”: piccolo anche lui, antico quanto basta per essere degno di una visita … ma nulla di più.

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So che il mio amico argentino, ammaliato dalla strabordante ricchezza storica delle città europee, avrebbe voluto sentirsi elencare una serie di luoghi simili a piazze e monumenti da non poter mancare. Io, invece, avevo solo voglia di parlare della gente di Dublino.

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Gli avrei così raccontato del primo giorno nella capitale irlandese, quando mi ritrovai nel bel mezzo del nulla, abbandonata dal pullman ad una fermata lontana dal centro, senza la minima idea di come raggiungere la casa della famiglia che mi avrebbe ospitata durante il mese di vacanza studio. Insieme a me altri 3 ragazzi italiani si trovavano nella stessa situazione, ognuno in grado solo di stringere tra le mani il foglietto con il nome dei padroni di casa e il loro indirizzo, ovviamente tutti diversi tra loro.

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In quel momento una coppia di anziani ci sorpassò in auto e nel vederci perduti davanti ad una cartina, tornò indietro per soccorrerci. Stavano andando a fare la spesa, ci dissero in seguito, ma non importava: caricarono tutte le nostre valige sulla loro auto, raccolsero i nostri bigliettini, si consultarono velocemente tra loro e, dopo aver elaborato il percorso migliore, ci accompagnarono uno ad uno. Erano il nostro taxi personale, gratis. Il signore, ogni volta che giungevamo ad una tappa, scendeva dall’auto e andava a presentarsi alla famiglia che abitava nella casa, per assicurarsi che fossero “a posto”. Io fui l’ultima e ricordo ancora l’arzillo Mr.Arold darmi il suo biglietto da visita (conservato con cura nonostante si intuiva che non lavorasse da tempo) invitandomi a chiamarlo in caso di qualsiasi difficoltà. Ero senza parole.

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La sorpresa fu doppia quando entrai in casa e conobbi Mary, una dolcissima signora ultrasettantenne, con gli occhi azzurri come il mare e i capelli boccolosi di un biondo ramato…una bellissima donna irlandese. E’ grazie a lei che oggi posso dire di non essere stata solo una turista a Dublino, perché in ogni cosa che faceva Mary io leggevo un po’ della cultura di quello straordinario popolo, come la bellissima propensione della gente di raccontare e raccontarsi, con passione e con semplicità, orgoglio e umiltà.

Tutte le sere per me era una gioia andare a cena e poco importava se l’orologio della cucina segnasse le 18:45 del pomeriggio (Mary, abituata ad ospitare stranieri, cercava di cenare il più tardi possibile, ma molti miei compagni raccontavano di sedersi a tavola già dalle 17:30). Lei mi parlava della sua famiglia, delle loro abitudini, delle loro passioni e io piano piano scoprii che gli irlandesi sono appassionati dello sport, specialmente dell’hurling, una specie di hockey ma sul prato, e del calcio gaelico, che è a metà tra il football, il calcio e il rugby. Fin da bambini sono chiamati a scegliere lo sport che porteranno avanti per tutta la vita, e quante più passioni li coinvolgano, tanto più vi si dedicano con costanza.

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Uno degli ultimi giorni trascorsi a Dublino, venni invitata da Mary ad un pranzo di famiglia, organizzato da lei nella sua casa. Gli Irlandesi amano unirsi non appena abbiano un po’ di tempo libero e per loro è normale passare da una casa all’altra di un parente, anche più volte nella stessa giornata. Anche se la tavolata a cui mi sedetti mi parve più lunga di quella del pranzo di Natale con la mia famiglia, notai che per i commensali sembrava trattarsi di un’occasione come tante, quasi a dare per scontato che l’importante è stare insieme. La mia presenza non mutò le loro conversazioni, che invece si fecero sempre più intense e rapide, intervallate da sguardi gentili e spiegazioni come “Noi Irlandesi parliamo molto veloce e cambiamo spesso argomento rapidamente”. La moglie di uno dei figli di Mary era una splendida ragazza inglese, composta, educata e gentile. Si rivolse a me con una leggera complicità e mi spiegò alcune differenze tra la sua gente e la gente di Dublino, guardandoli con ammirazione. Solo in quel momento, sentendola parlare, mi resi conto del diverso accento che la caratterizzava, rispetto a quello delle persone che ero abituata ad ascoltare quotidianamente e ricordo ancora quando si scusò per aver nominato una delle presenti chiamandola come “Lei” (She) e non per nome. Per me era meravigliosa e la sua diversità dava ancora più risalto a quella degli altri.

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Perché gli Irlandesi conducono una vita semplice, fatta di poche possibilità e quindi sanno apprezzare le piccole gioie della vita. La loro terra è verde ma poco coltivabile, vivono infatti specialmente di allevamento e sono famosi per la lana delle loro pecore. Il turismo è una delle principali fonti di guadagno per loro e infatti non si trattengono dal rendere grazie ai visitatori con la loro gentilezza e grande spirito di ospitalità. Dublino è la città più viva dal punto di vista della musica e della vita notturna, mentre gli altri luoghi sono principalmente rappresentati da tranquilli borghi e città di pescatori, come per esempio Cork, il secondo centro abitato più grande d’Irlanda dopo Dublino.

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Tra i paesaggi incantevoli che offre la Terra Irlandese, non scorderò mai le Isole Aran e le Cliffs of Moher, che visitai attraverso una delle gite organizzate dalla scuola Emerald Language School, dove mi recavo ogni mattina per seguire le lezioni di inglese. Entrambi i luoghi si trovano sulla costa opposta rispetto a Dublino e per arrivarci bisogna attraversare tutta l’Irlanda, ovvero impiegare circa 3 ore e un quarto con l’auto. (Badate bene che la strada è fatta di piccole curve che vanno su e giù, in mezzo a prati immensi popolati solo da pecore, pastori e rare locande che offrono una birra buonissima… e che la guida è a sinistra!).

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Inutile descrivere le Cliffs of Moher, davvero inutile. Quelle scogliere vanno vissute in prima persona, bisogna ascoltare il loro vento, tuffarsi nel loro mare con la mente e con il cuore. Bisogna anche sporgersi un po’, per sentire quel brivido che ti ricorda che sei vivo più che mai.

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Le Aran Islands sono un posto speciale e bisogna portarci solo persone davvero speciali. Dovranno essere persone che hanno voglia di esplorare e che sarebbero felici di scegliere fra soli tre mezzi di trasporto possibili: una mountain bike, un calesse o i loro piedi. Dovranno essere persone che non hanno fretta e che non hanno paura. Dovranno essere persone eccitate all’idea di passare una notte su un’isola lontana da tutto e da tutti, in un albergo che vigila l’oceano, tenendo compagnia al faro dell’isola. Per visitarle bisogna prendere un mezzo nei dintorni di Galway: un traghetto da Rossaveal o da Doolin, oppure un aereo da Inverin,  tenendo sempre in conto che la frequenza dei trasporti diminuisce fortemente durante l’inverno. In quel periodo dell’anno forse per davvero si rischierà (o si avrà la fortuna) di dover trascorrere la notte in un’ambientazione degna di quella di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, dove però le vite hanno quella strana qualità che si trova nelle leggende e la gente comune parla esclusivamente il gaelico.

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Prima ho mentito, non è vero che a Dublino non c’è nulla da vedere.

La verità è che a Dublino c’è un parco meraviglioso proprio nel centro della città che si chiama St Stephen’s Green, collocato ad un’estremità della linea verde della metropolitana esterna (la Luas), proprio all’imbocco della via più viva: Grafton Street.

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Proseguendo la strada verso il fiume Liffey, si incontrerà presto sulla destra il grandioso Trinity College, che include al suo interno la più affascinante biblioteca che abbia mai visto in vita mia, la Old Library.

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A est di Dublino, poco distante dal più grande parco della città, si trova la prigione di Kilmainham Gaol, un luogo suggestivo che permette al turista in vacanza di riappropriarsi per un momento del senso della realtà e della storia d’Irlanda. Il carcere, in disuso dal 1924, è stato testimone delle fervide e sanguinose ribellioni irlandesi dal 1798 fino alla Guerra Civile del 1922-23.

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Usciti da un luogo del genere, non si può che rimanere in silenzio e alzare gli occhi al cielo d’Irlanda, quello unico e inimitabile, che ha ispirato scrittori e cantanti provenienti da Terre diverse (io non potevo smettere di ascoltare la voce della Mannoia). Sotto quel cielo ti rendi conto che vive un popolo che ha lottato per l’indipendenza, senza mai smettere di suonare la propria storia e raccontarla con la musica, protagonista indiscussa delle strade di Dubino.

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E così si apprezza ancora di più la visita al famosissimo Temple Bar, alla Fabbrica della Guinnes o a quella del Jameson, perchè essere uno tra i milioni di turisti che li visitano ogni anno rende loro onore. Gli irlandesi non si stancheranno mai di raccontare la loro storia, dopo la fatica compiuta per tenerla viva. E si comprende il perché delle note malinconiche nelle loro canzoni e di quello spirito riflessivo ma mai disperato, del loro avere sempre una pinta di birra in mano o un bicchiere di whiskey, perchè li hanno supportati nei momenti più difficili e sono il simbolo della loro identità.

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Infine se vi domandaste perché i nomi delle fermate della Luas hanno un suono strano, sappiate che si tratta del gaelico, la lingua tradizionale degli irlandesi, quella che era stata bandita sotto il dominio inglese e che oggi torna ad essere insegnata ai bambini a scuola (proprio per questo motivo intere generazioni di irlandesi non conoscono la lingua: paradossalmente i bambini oggi sanno parlare come i loro antenati celti, ma i loro nonni non ne sono in grado!)

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Prima di concludere questo lungo articolo non posso non raccontare il mio ricordo più bello a Dublino, che ha a che fare con un incontro, della birra e mille canzoni.

Una sera rincasai di corsa, preoccupata perché si era fatto davvero tardi e non sarei arrivata prima delle sette di sera. Al mio rientro Mary non c’era e al suo posto trovai un biglietto in cui mi avvisava che era da un’amica e di controllare il frigo. Trovai la cena pronta, uno dei suoi squisiti piatti unici ben lontani dal solito pollo e patate che mediamente sono soliti mangiare gli irlandesi, insieme al mio dolce preferito: crumble di mele da gustare caldo, con una pallina di gelato freddo sopra. Mentre finivo quest’ultimo (pensando a quanti kili quella donna fosse riuscita a farmi mettere su in quel mese) lei entrò di corsa nella stanza, con un’aria eccitata: “I miei vicini ti hanno invitata a una festa stasera! Vai a citofonare alla loro porta, abitano proprio di fronte!”. Un po’ stupita feci come mi disse, più che altro per non offenderla rifiutando l’invito, ma non appena varcai la soglia di casa, lei mi salutò augurandomi una buona serata e la richiuse alle mie spalle. Mi aveva lasciata sola.

Quando gli amici di Mary mi accolsero in casa loro, mi ritrovai di fronte ad una singolare coppia dai capelli bianchi almeno quanto il pelo del loro buffo White Terrier. Dopo avermi offerto un bicchiere d’acqua sul loro divano marrone sprofondante, mentre chiacchieravamo del più e del meno (il loro marcatissimo accento mi permise di capire forse solo la metà dell’intera conversazione), uscimmo di casa e in auto raggiungemmo il pub in fondo alla strada. Il barista salutò la coppia affettuosamente, come se si conoscessero da tempo, e rivolse a me un immenso sorriso. Salimmo al piano di sopra, in una sala totalmente ricoperta di moquette dai colori caldi, piena di tavolini rotondi in legno e di divanetti comodi. Piano piano il locale si riempì di persone, la cui età media girava intorno ai 65 anni, e con una spontaneità indescrivibile, la gente cominciò a intonare delle canzoni. Cantavano e bevevano, con le facce sorridenti e sempre più paonazze. Si alzavano in piedi a turno, quasi a rispettare una coreografia implicita. Con il passare delle ore il volume si fece più alto e le sovrapposizioni di voci aumentarono, ma mai in modo molesto. A un certo punto qualcuno si rivolse a me e agli amici italiani che nel frattempo mi avevano raggiunto: volevano ascoltare una nostra canzone. Dopo molte insistenze, alla fine cedemmo, combattuti tra la vergogna e il desiderio di essere parte di quello straordinario gruppo. Cantammo Generale di Francesco De Gregori e ricordo ancora il tremore della mia voce nel silenzio di centinaia di occhi fissi su di noi…alla fine ci applaudirono. Vennero a complimentarsi, mi strinsero la mano per la performance, mentre io non sapevo se ridere o ringraziarli, senza preoccuparmi di nascondere gli occhi lucidi.

L’Irlanda è una terra da scoprire, che ha voglia di farsi scoprire. Dopo un mese pensai che probabilmente non avrei potuto vivere lì per sempre: troppo piccola, troppo isolata dal mondo. Il fatto è che, tuttavia, sono passati tre anni e sto già consultando i voli per ritornare … perché credo che la sua gente, la gente di Dublino,  abbia ancora molto da insegnarmi.

 

 

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