Un anno da freelancer in Italia: cose da ricordare e da dimenticare

Ma poi si dice freelance o freelancer? Mi sono chiesta, pensando a tutte le volte in cui ho visto queste due parole infilarsi in biglietti da visita, locandine di eventi, titoli di giornali (online, ovviamente) e varie conversazioni in lingua italiana. E poi cosa cambia rispetto a “libero professionista”? Meglio fare un po’ di chiarezza.

vita da freelance

Il freelancer, in inglese, è colui che lavora per sé stesso, instaurando collaborazioni professionali con clienti e fornitori. In Italia il freelancer è colui che è in possesso di partita IVA, punto. Di fatto, dal punto di vista giuridico, il freelancer è esattamente il libero professionista o forse sarebbe meglio dire il contrario, dato che abbiamo preso in prestito la prima parola dalla lingua inglese. La forma corretta di esprimersi, a tal proposito, sarebbe questa: freelance + tipo di professione (es. freelance writer è uno scrittore che non dipende da nessuna azienda, freelance plumber è l’idraulico che lavora per suo conto, freelance cooker è il cuoco che collabora con vari ristoranti, freelance teacher è un insegnante che tiene classi private e le gestisce senza l’intermediazione di una scuola). Questo è importante perché quando ti chiedono che lavoro fai, non puoi mica dire “faccio il freelance” perché questo, semmai, si riferisce al modo in cui lavori. Se invece vuoi proprio sottolineare questa particolare condizione professionale, hai fatto bene a dire che sei un freelancer. Sta di fatto che, come spesso accade con l’evoluzione della lingua, il nome e l’aggettivo hanno finito per sovrapporsi ed essere usati indistintamente in varie occasioni: ed ecco come sono finita al Freelance Day senza troppe pare mentali (ma di questo, vi parlerò più tardi).

cose da dimenticare come libera professionista

In questo mio primo, abbondante, anno da libera professionista ho imparato un mare di cose. Tra le più importanti, mi sono scontrata più volte con il concetto di libertà, che è stato da un lato il primo motivo ad avermi spinto a diventare autonoma, dall’altro un’idea che spesso ho dovuto accantonare in vista di obiettivi più concreti. Perché, sì, la libertà non esiste quando si lavora: come i lavoratori dipendenti, anche i freelancers devono sgobbare con la differenza che fanno tutto per sé stessi e non per l’azienda che li ha assunti. Questo significa meno controllo e più auto-disciplina, meno certezze e più rischi, ma spesso anche meno noia e più motivazione.

Un’altra cosa che ho imparato a dimenticare è il ragionare in termini di stipendio, perché lo stipendio non esiste più. Esistono i progetti e le collaborazioni (durature, nel migliore dei casi): quando un progetto o una collaborazione finiscono, il freelancer emette fattura e il cliente si impegna a effettuare il pagamento entro 60 giorni oppure capita di stabilire dei saldi intermedi, per esempio a fine mese. Questo significa che ci sono mesi in cui si fattura di più, mesi in cui si fattura di meno e mesi in cui non si fattura affatto. C’è poi il problema degli insolventi, figure malvagie che minano il fatturato di tutte le aziende del mondo, senza però andare a intaccare lo stipendio dei loro dipendenti, perché si disperdono nel flusso di entrate e uscite (e solleciti, aggiungerei). Per risolvere tale problema al libero professionista, la teoria vuole che all’avvio di una nuova collaborazione, questi emetta una fattura pro-forma e che solo dopo l’avvenuto pagamento sia legittimato a fornire il proprio servizio al cliente, con conseguente emissione della fattura ufficiale (quando andate a comprare mezzo chilo di mele, lo scontrino lo ricevete dopo aver pagato… giusto?). In un mondo idilliaco la cosa funzionerebbe così.

C’è poi la questione degli orari di lavoro, che è tanto interessante quanto pericolosa. Di fatto, chi lavora in autonomia per definizione lo fa quando gli pare e piace: la mattina può dormire fino a tardi, dopo aver passato l’intera notte al computer e, se deve andare a una visita medica o vuole farsi un giro in motocicletta in una giornata di sole, niente e nessuno glielo impedirà. Le uniche regole a cui deve sottostare un freelancer (fermo restando che la qualità del suo lavoro sia sempre impeccabile) sono le temibili deadline. Sì, le scadenze sono il motore dell’azione di ogni libero professionista, quelle che un giorno possono sembrare lontanissime e un attimo dopo pericolosamente vicine. Altre volte, alle scadenze si sostituiscono i risultati: non importa come e quando li raggiungerai, l’importante è presentarli al cliente. Questo modo di lavorare autogestito è per me la più bella conquista della società contemporanea, anche se c’è ancora molta strada da fare qui in Italia. In molte aziende americane, specialmente in quelle della Silicon Valley, non è affatto strano lasciare i dipendenti completamente liberi di lavorare dal posto in cui preferiscono e quando sia loro più congeniale: l’importante è che portino a termine i propri compiti con risultati soddisfacenti. Per capire meglio, leggete questo interessante articolo di Via che si va.

Ma la cosa più importante da dimenticare, quando cominciate la vostra nuova vita da freelancer è questa: non avete diritti. N O N È V E R O.

O perlomeno non più, perché a giugno 2017 è stato approvato lo Statuto dei Lavoratori Autonomi grazie agli sforzi di ACTA. Dato che anche i freelancers pagano regolarmente i contributi all’Inps come tutti i lavoratori dipendenti, hanno ragionevolmente diritto a una pensione, alla malattia e alla maternità. Quello che cambia è che non ci sarà un’azienda che coprirà parte dei sostegni, quindi gli aiuti economici saranno inferiori a quelli ricevuti dai loro colleghi dipendenti. Come funziona? Passiamo brevemente in rassegna ogni caso.

La malattia può essere domiciliare (vi beccate la classica influenza per una settimana) oppure può trattarsi di un ricovero ospedaliero. Nel primo caso, potrete richiedere un contributo economico per non essere in grado di lavorare, a partire dal quarto giorno. Dovrete recarvi dal medico, che vi farà un certificato e lo spedirà all’Inps, il quale vi dovrà riconoscere un cifra che va da un minimo di 11 a un massimo di 22 euro al giorno, con un limite di 61 giorni all’anno. Per quanto riguarda il ricovero ospedaliero, invece, sarete voi a dover fare richiesta del contributo sul sito dell’Inps (il percorso è questo: INPS > Servizi online > Servizi per il cittadino) entro 180 giorni dalle dimissioni dall’ospedale. In questo caso si parla di un minimo di 22 e un massimo di 24 euro al giorno, per non più di 130 giorni all’anno (tutto dipende dai contributi versati nell’anno precedente). E nel caso di malattie gravi? Qualora foste costretti a rimanere in ospedale (o anche a casa) oltre il periodo riconosciuto per ottenere il supporto economico dallo Stato, avreste la possibilità di sospendere il pagamento dei contributi previdenziali fino a un massimo di 2 anni e successivamente potreste rateizzare quelli dovuti.

La maternità è un capitolo interessante dell’avventura da freelance,  una sorpresa che fino a poche settimane fa credevo non mi riguardasse. E invece sì: esattamente come tutti gli altri lavoratori anch’io potrò scegliere tra la maternità standard (2 + 3 mesi, laddove il simbolo del più corrisponde alla nascita del bambino) oppure a quella flessibile (1+4). Inoltre, potrò richiedere quello che oggi sembra chiamarsi “congedo parentale”,  ovvero una proroga della maternità che può durare fino a 6 mesi, entro i primi 3 anni di vita del bambino. Nei 5 mesi di sospensione dal lavoro previsti per legge, il freelance ha diritto all’80% del reddito dichiarato nei 12 mesi precedenti alla maternità (essendo piuttosto inverosimile che questa si verifichi sempre dopo la dichiarazione dei redditi, bisognerà fare un certo calcolo per ottenere una stima), mentre il congedo parentale corrisponde al 30% del reddito giornaliero. Ma la grande, fondamentale novità introdotta dalle lotte dei volontari di ACTA è questa: non c’è l’obbligo di astensione dal lavoro. Prima infatti, lo Stato obbligava i liberi professionisti a firmare un modulo in cui dichiarassero che non avrebbero percepito nessun’altra entrata economica proveniente da lavoro, qualora avessero fatto richiesta del contributo per la maternità. Già, facile a dirsi… sembra quasi logico. Peccato che il dipendente che torna in ufficio dopo aver avuto un bambino, riprenderà (fatica a parte) a lavorare come prima… ma il freelance? I suoi clienti e le loro urgenze di certo non saranno lì ad aspettarlo con il sorriso sulle labbra: avranno già trovato un sostituto e non torneranno più.

Nonostante questo, vi sembrano cifre irrisorie? Probabilmente avete ragione, senza contare il fatto che la società non è ancora pronta a questo cambiamento e probabilmente vi ritroverete a guidare il vostro medico nelle procedure e a far capire agli sportellisti dell’ufficio Inps più vicino che sì, avete diritto a quel (poco) denaro. Molti ve lo negheranno, alcuni vi assicureranno tutta la quota in una volta sola (e chissà quando arriverà) e solo nel migliore dei casi potrete sperare di riceverla mensilmente. Ma va bene così, per ora… perché la cosa grandiosa è il riconoscimento della vostra identità e il segnale che il mondo piano piano sta cambiando.

La fonte di tutte queste informazioni è stato l’interessante intervento di Samanta Boni durante il Freelance Day organizzato al Toolbox Coworking di Torino: ho preso appunti e potrei aver capito male, per questo motivo vi rimando alla lettura del suo libro “Il welfare per freelance non è una leggenda”.

Infine, la pensione. Una cosa che i vostri clienti dovrebbero dimenticare è che quei numeri in fattura siano puliti: non li sono. Quella cifra, infatti, è assolutamente lorda: ingrassata dalle tasse che dovrete versare prima a giugno e poi a novembre e dai contributi per la pensione. Nel mio caso, avendo io aperto la partita IVA nel 2017, l’aliquota corrisponde al 25% + 0,72%, per un totale di 25, 72%: questa è la percentuale delle mie entrate annuali che finisce in pensione. Ma non è finita qui. Per rimanere nel cosiddetto “regime forfetario” non devo superare i 30 mila euro annui di incassi netti (cosa che mi riesce particolarmente bene ;P ) e al contempo devo riuscire ad arrivare ai 15 mila: qualora questo non accadesse, mi verrebbe riconosciuta la pensione come se avessi lavorato solo 6 mesi (se mi fossi fatta le ossa per un anno, usando tutto il mio tempo e le energie per cifre decisamente sottostimate, a nessuno importerebbe).

cose da ricordare come freelancer

Quando diventi freelance, capisci davvero il significato dell’espressione “il tempo è denaro”, ma non solo. Il tempo diventa anche il tuo miglior insegnante: quello che ti fa guardare indietro e sorridere per la strada che hai fatto (da solo!) e che, a un certo punto e senza preavviso, ti spinge a rispondere… NO. No, non mi sta bene essere pagato così poco. No, non ci metto 5 minuti per quel “piccolo” servizio in più. No, a quell’ora non posso. No, non mi sottovaluto più. Certo, un anno serve tutto per farsi le ossa, per imparare come funziona, per abbassare la testa perché si ha appena cominciato e non si vuole peccare di presunzione. La cosa importante è riconoscere sempre il proprio valore e farlo in maniera professionale.

Vorrei ricordare per l’ultima volta (così che rimanga bello impresso nella mente) quale sia la differenza tra lordo e netto per un libero professionista. Premettendo che questo varia in base al regime IVA di appartenenza e al codice identificativo della propria professione, nel migliore dei casi bisogna sempre togliere un bel 30% dall’incasso lordo di un freelancer. Cosa significa questo? Che se per un progetto incassa 100, in realtà gli rimangono in mano 70 e se al mese ha sudato per arrivare a 1300 euro, la verità è che si tratta di poco più di 900 euro.

Si capisce quanto sia importante prendersi del tempo per sé, per non perdere di vista quella libertà che gli spetta di diritto. Prima di tutto il tempo per la propria formazione e poi quello per l’auto-promozione. Se non si hanno grosse disponibilità economiche per iscriversi a corsi e acquisire certificazioni (sono molto importanti, quindi è bene selezionare quelle effettivamente utili per la strada che si vuole seguire), ci sono sempre gli eventi e i workshop gratuiti. Come trovarli? Per esempio attraverso Meetup e poi, incredibile ma vero, grazie a Facebook. È qui che ho scoperto l’esistenza del Talent Garden di Milano e di tutte le realtà di coworking che stanno spopolando finalmente anche nelle città italiane.

Da ultimo, un freelance deve sempre ricordarsi di aggiornare il cv. Spesso non gli servirà il classico formato europeo tanto caro ad alcune società di recruiting ma dovrà inventarsi qualcosa di più creativo e, specialmente, più utile. Una delle mie conquiste più grandi come copywriter sarà quella di riuscire a far star tutto in una pagina (sto procastinando mentre cerco dentro di me il dono della sintesi… devo averlo perso dopo aver imparato a dire “mamma”). Però è vero, il curriculum è il primo mezzo di comunicazione che abbiamo e sarebbe davvero stupido sottovalutare il suo potere espressivo (a proposito: preparatevi anche dei fantastici biglietti da visita da consegnare con fierezza alle persone che incontrerete sul vostro cammino di lavoratore autonomo… io ho usato Vistaprint e sono piuttosto soddisfatta).

In conclusione, il punto è questo: non dovrete mai stare fermi. Dovrete ricordarvi di studiare, cercare, muovervi, fare e disfare. Il vostro lavoro sarà molto simile a quello di uno studente e di un ricercatore, ma anche a quello di un imprenditore… sarete imprenditori di voi stessi.

gli strumenti del lavoratore da remoto

Il libero professionista che lavora da remoto ha delle necessità completamente diverse da chi si reca dai clienti (anche se la cassetta degli attrezzi dell’idraulico o i giornali portati dal tecnico della caldaia per salvare il piano cottura di casa mia, mi sembrano ugualmente fondamentali). Il lavoratore da remoto prima di tutto ha bisogno di una buona connessione internet e non c’è storia. Io per esempio pago mensilmente 30 euro a Fastweb, allacciandomi alla connessione di fibra ottica che mi garantisce una navigazione a 100 Mb (diciamo che sono molto fortunata ad avere la cabinet proprio sotto casa). Poi ovviamente serve uno studio con una bella sedia ergonomica, una spaziosa scrivania e molta, molta luce. Andando più nel pratico, una cosa fondamentale è assicurarsi un buon piano di backup per non perdere lo storico dei dati su cui si ha lavorato (tanto per cominciare, le fatture) o, peggio, quello su cui si sta lavorando. A tal proposito, esistono strumenti gratuiti come Box Net o Mega, oppure servizi personalizzabili forniti da provider come Naquadria. Se, verosimilmente, si lavora fisicamente da soli ma in costante connessione con gli altri, sarà  fondamentale utilizzare piattaforme comuni che permettono gestione di files e progetti in condivisione. Io personalmente uso Google Drive (lode ai fogli simil-excel e simil-word che consentono modifiche a più mani) anche se ammetto che non sia il massimo della sicurezza. Alternative valide sono Trello e Airtable. Per quanto riguarda videochiamate e conferenze, oltre ai noti Skype e Hangouts, ho scoperto Teleskill live, Go meeting e Zoom, grazie ai preziosi consigli della consulente digitale Laura Sacco. Infine, per non mescolare amicizie e lavoro in concitati gruppi di Whatsapp, l’ideale sarebbe la chat criptata di Telegram o i canali tematici di Slack.

Ciliegina sulla torta: una lista che profuma di brunch vista mare e natura incontaminata. L’ho rubata al mitico Alberto Mattei di Nomadi Digitali, con cui ho avuto la fortuna di fare due chiacchiere. Si tratta di un elenco di siti web, portali e startup innovative pensati appositamente per chi vuole lavorare, senza rinunciare a viaggiare. Le strutture presenti su queste piattaforme dispongono di tutti i servizi tanto cari al lavoratore da remoto e sono affittabili per medi-periodi, a tariffe inferiori rispetto a quelle dei competitors per turisti… eccoli qui!

siti web per trovare collaborazioni

Infine, vorrei apportare il mio contributo a una causa che mi sta molto a cuore: la ricerca del lavoro e, in particolare, di proficue collaborazioni. In questo anno da freelancer, ho raccolto gli indirizzi di siti web dove incontrare progetti di lavoro, un po’ grazie a ricerche personali e un po’ grazie al contributo di altri liberi professionisti (come la scrittrice di Taylor Tayles). Ecco qui la lista:

  • Lavori creativi (per creativi che cercano lavoro da remoto ma anche on site)
  • Best creativity (per copywriters e designers che lavorano da remoto)
  • More than writers (per copywriters che lavorano da remoto)
  • Domestika (per chi sa lo spagnolo)
  • Infojobs freelance (per chi sa lo spagnolo)
  • Remote (per chi lavora da remoto e conosce molto bene l’inglese)
  • Addlance (per creativi che lavorano da remoto)
  • ProntoPro (per tutti i liberi professionisti che operano sul territorio)
  • Linkedin Job Search (il re del networking)
  • I gruppi di Facebook (non sottovalutate il loro potenziale, ma filtrate solo quelli che vi sembrano più autentici)
  • Coffee Writing (per chi ha fatto della scrittura il suo mestiere)
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2 pensieri su “Un anno da freelancer in Italia: cose da ricordare e da dimenticare

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