I Nuria, Guerre Stellari e le cene frugali di Massimo

Vivere lontano da casa ti dà la possibilità di vedere tutto da un’altra prospettiva e questo è ciò che spinge le persone a viaggiare, alla fine. Quello che ho scoperto è che nel campo visivo osservato da questa nuova prospettiva non per forza ci sono nuovi scenari, perchè quello che cambia è il modo di vedere “il vecchio”. La distanza permette di allontanarsi non solo fisicamente, ma anche mentalmente e questo rende tutto più chiaro, più nitido, più sensato. Quante cose diamo per scontate nella nostra quotidianità semplicemente perchè ci siamo troppo dentro per poterle comprendere a pieno: ne siamo così immersi che la maggior parte delle volte vorremmo semplicemente uscirne per respirare aria nuova. Oggi camminavo per una strada che oramai percorro quotidianamente da tre mesi e questo fa si che non le presti più attenzione, proseguendo automaticamente di passo in passo. Pensavo a me e all’essere umano e di quanto siamo strani (specialmente lui). Passiamo la vita a lamentarci di fare sempre le stesse cose e poi, non appena ci spostiamo di qualche kilometro, subito cerchiamo quelle stesse abitudini per sentirci a casa, per sentirci a nostro agio, perchè il conosciuto è comodo e ci fa sentire sicuri. Vi faccio l’esempio più banale ma efficace del mondo: il cibo. Se siamo persone con un briciolo di iniziativa e di voglia di scoprire, azzardiamo a provare i “cibi tipici” dei luoghi che visitiamo, ma dopo una o due settimane non vediamo l’ora di assaporare un bel piatto di pastasciutta della mamma (o la pizza fatta in casa! Ne vogliamo parlare?). L’essere umano è un abitudinario d’eccellenza, e questo è innegabile, qualsiasi sia la scusa dietro cui decida di nascondersi.

Per esempio io penso ai Nuria. Vi giuro che sono i biscottini più buoni del mondo, per colazione: piccolini, cioccolatosi ma al tempo stesso secchi, così secchi che assorbono un sacco di latte e diventano ancora più buoni. Impazzisco. Non so come abbia fatto a vivere 25 anni della mia vita senza. Cioè a dire il vero lo so, perchè Nuria, oltre a essere il nome più comune in Spagna (la sua frequenza tra la popolazione spagnola è sicuramente maggiore di quella di tutte le Giulie e Sare d’Italia), è anche una marca di biscotti (galletas) che si trovano solo qui. I Nuria ora non mancano mai nella nostra dispensa e hanno raggiunto un livello di priorità tale nella nostra routine che hanno abbandonato il loro posto nella lista della spesa, perchè non è necessario scriverli … ce li ricordiamo.

Una possibilità a cui non avevo pensato prima di trasferirmi è poi quella di guardare film. Insomma dai, chi pensa a stare in casa davanti a uno schermo quando fuori c’è Barcellona? E invece questa è una delle cose che faccio, anzi facciamo, piuttosto spesso e anche piuttosto volentieri. Siamo anche andati al cinema almeno quattro volte oramai e mi è piaciuto un sacco! Anche se questa è un’altra storia, vale la pena fare una breve digressione: il cinema all’estero è un piacere sì, ma è anche una sfida, per il semplice fatto che gli attori (o i doppiatori) non parlano la tua lingua! Il bello è che per paura di non riuscire a comprendere la trama o di perdersi un passaggio, presto maggiore attenzione alla storia, ai dettagli, ai dialoghi … in un modo che probabilmente in Italia non farei. Dopo le prime volte ho iniziato a pensare che fosse un bell’esercizio per me, perchè purtroppo durante il giorno uso ancora molto l’italiano per motivi di lavoro e poi, sinceramente, il cinema mi dà un po’ di speranza, mi fa sentire un po’ più capace di intendere una lingua straniera, perchè la gente è in silenzio, l’attenzione è focalizzata e le parole certamente ben scandite e udibili.

C’è un film che però non poteva che essere visto in italiano e lo riporterò qui con il suo melodioso titolo tradotto negli anni 70: Guerre Stellari. Abbiamo ripartito i 3 primi film (primi per anzianità) in una settimana, giusto per entrare completamente in quel mondo fantascientifico, un po’ divertente, un po’ romantico, certamente d’azione. Rivedere l’episodio IV, V e VI a distanza di 23 anni (penso di averne avuti 8 la prima volta) è un’esperienza da provare. Gli effetti speciali rimangono quelli del 1977 (per quanto riguarda il primo film, 1980 il secondo, 1983 l’ultimo) e sono sensazionali: poco importa se Mark Hamill non stava veramente volando su una navicella spaziale, perchè in cuor tu sai che Luke Skywalker la stava davvero conducendo insieme a C1P8, non ci sono dubbi.

D’altro canto la principessa Leyla ti appare di una bellezza così strana da sembrarti bruttina all’inizio, ma dopo poco ti convinci di quanto sia meravigliosa e brillante, tanto che persino quei due rotoli di capelli che porta in testa ti sembrano la pettinatura più invidiabile del mondo.

Per finire realizzi che Dart Veder ti fa molta meno paura di prima e che Harrison Ford rimane il figo di sempre.

Certe volte ti scappa da ridere, perchè tu quella cosa non l’avevi proprio capita, oppure ti rendi conto che forse sai già come proseguirà una scena e quando hai la prova che avevi ragione ti senti semplicemente un genio.

La bellezza di rivedere un film che ha fatto parte della tua infanzia è pensare alle domeniche pomeriggio insieme al papà, seduti sul divano insieme, mentre tu pendi dalle sue labbra ad ogni spiegazione di quella storia che fai un po’ fatica a capire, ma allo stesso tempo ti affascina come poche cose in quel momento, forse solo perchè lui te ne ha parlato con così tanta passione da avertela trasmessa. Quel momento fa parte di uno di quei pezzettini di vita che passano veloci, quasi da dimenticartene, ma che per fortuna sanno ritornare con tutta la loro vita, proprio quando tu sei sotto le coperte in una nuova casina, ma con il cuore capisci che non smetterai di abiterai quella di sempre.

 
Passeggiando per il barrio di Sarrià, a Barcellona, ci si imbatte in battaglie epiche su davanzali importanti

Infine, non posso non parlare delle cene frugali di Massimo che da quando siamo via ogni tanto si reinventa cuoco. Ripetitivo con innovazione (di certo molto più all’avanguardia del mio mood da patate dolci h24), nella sua cucina non mancano mai olio, cipolla e pepe (anche peperoncino da quando lo ha scoperto abbandonato nella zuppiera degli oggetti perduti dai fantasmi degli inquilini del Natale passato, passato da molto tempo). Il suo cavallo di battaglia sono senza dubbio le pastasciutte, quelle con tanto sugo fumante e la pasta cotta al punto giusto (bella al dente, come piace a me), tuttavia qualche volta sperimenta fajitas dai sapori nostrani (il nostrano che ci offre il Consum) oppure gli hamburger. Non riesco a dire quale combinazione astrale lo abbia influenzato quel venerdì sera ma so per certo che io quella cena non me la dimenticherò mai. Un hamburger casero, racchiuso in un panino morbido (quello con i semini buoni) caldo e un poco croccante, condito con pomodoro, cheddar fumante, bacon croccante. E, piccola chicca, la giusta quantità di cipolla caramellata. Una vera libidine. Ero in estasi. Per non parlare poi di come gli sono venute le patate al forno! Sarà stato l’aglio a pezzettoni fatto rosolare in mezzo, sarà stato l’averle fatte sbollentare prima, saranno state semplicemente le patate … quella cena rimarrà negli annali.

Quello che mi piace del vivere da sola è il poter scegliere quello che voglio nel fare la spesa, un piacere che si scopre fin da bambini, quando la mamma ci metteva nel carrello e noi non potevamo resistere alla tentazione di metterci dentro tutto quello che risultava a portata di zampa. Dopo una giornata particolarmente stancante è una forzatura, ma per fortuna la maggior parte delle volte è un piacere: cucinare è una delle belle esperienze che sto sperimentando in questo periodo. Finalmente ho l’occasione di imparare a farlo, inventando ricette nuove e scoprendo diversi accostamenti di cibi (stasera ho fatto la salsa guacamole per la prima volta in vita mia e penso proprio che la rifarò!). I pasti preparati in casa danno la soddisfazione di farcela da soli e la sicurezza di sapere quello che si sta mangiando, oltre che la possibilità di far conoscere i sapori della tua cultura a chi viene da molto lontano e ora vive sotto il tuo stesso tetto. Ritrovarsi con i tuoi coinquilini tutte le sere in cucina, mentre le braccia si ingarbugliano nella gara a chi riesce a conquistare l’unico coltello affilato dell’appartamento è una nuova abitudine che probabilmente tra un po’ di tempo ricorderò con un sorriso e con un po’ di nostalgia. Condividere la passione per il cibo con una persona speciale, poi, è una di quelle gioie che solo chi ama mangiare come noi può capire.

 

“Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si ha mangiato bene.” – Virginia Woolf

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