I cattivi, i buoni e l’amico invisibile

Oggi è venerdì, un giorno sempre piuttosto piacevole per chi lavora durante la settimana e riposa nel weekend. Tuttavia oggi, al posto di riposare come di solito faccio appena tornata da lavoro, sento il bisogno di raccontare la settimana appena passata, perché è stata incredibile.

Incredibile è la parola giusta, in quanto se mi avessero raccontato quello che è successo, non ci avrei creduto. E invece ci hanno cacciati di casa, nessuno scherzo. Due padroni di casa, piuttosto anziani, ma perfettamente arzilli per gestire l’affitto di tutte le stanze di tutti gli appartamenti di tutto un palazzo ubicato nel cuore di Barcellona, sono entrati in casa nostra (laddove “nostra” sta per 7 persone diverse) e ci hanno detto che le cose non funzionano, che noi siamo tutti sbagliati e che a fine mese avremmo dovuto andarcene. I dettagli di questa storia ancora mi fanno venire così tanta rabbia che preferisco saltare direttamente alle conclusioni e cioè che, tra minacce, grida, domande senza risposta, “possiamo” terminare il periodo pattuito, fermo restando che se troviamo una sistemazione alternativa è meglio. Mi sono sentita una bambina sgridata per aver fatto una cosa molto molto grave, e cioè vivere. Vivere: cucinare, mangiare, guardare la tv, parlare e avere degli amici, soprattutto quest’ultima cosa. Mai in vita mia avrei pensato che avere degli amici potesse essere qualcosa di brutto, che fa paura e invece non si smette mai di imparare. Cosa spaventa di più una coppia di anziani? La solitudine? La malattia? La morte? No, la mancanza di controllo. Perché più persone amiche formano un gruppo e un gruppo unito è una forza, una minaccia per chi è abituato a gestire le vite degli altri come se fossero tasselli di un puzzle. Come se una persona fosse solo quello che fa, studio o lavoro che sia, senza contemplare le relazioni, il ridere insieme, mangiare insieme, uscire insieme, aiutarsi e supportarsi a vicenda.

Quello che queste due persone non hanno calcolato è l’empatia che può nascere tra ragazzi che hanno trascinato la loro storia dentro uno stesso appartamento e che proprio nell’essere tanto diversi, tanto stranieri l’uno per l’altro, si assomigliano.

Per tutta la settimana ho faticato a prendere sonno, sentendomi in pericolo nel “mio” letto, che forse tanto mio non è, e forse nemmeno tanto certo. Per tutta la settimana mi sono chiesta cosa avessi fatto di male e mi sono domandata riguardo al futuro sentendomi un po’ persa … molto persa.

Lunedì ho bucato la bici e sono arrivata tardi al lavoro, martedì mi hanno cacciato di casa … iniziavo seriamente a temere l’arrivo del mercoledì. Mi sono pure ammalata e non ho potuto lavare la giacca per la cena a cui dovevo partecipare. Insomma I Miserabili di Victor Hugo mi fanno un baffo. Proprio mentre mi crogiolavo nel mio vittimismo estremo, mi arriva un messaggio: “Ti ho portato a far riparare le bicicletta e a far lavare la giacca. Domani saranno pronte entrambe. Penso a tutto io.”

Durante la settimana usciamo con una coppia di catalani a cui non manca la voglia di divertirsi, bere birra e raccontarci le loro nottate tra sonnambulismo e gatti. Sono uno spasso, da scompisciarsi. Vorrei solo un cilindro di popcorn, pronta per l’applauso finale.

Giovedì pomeriggio monto la mia bicicletta al volo, come al solito in ritardo, e comincio a pedalare verso la mia meta. Ad un certo punto spunta una ragazza da un angolo e io per cercare di evitarla freno e viro di colpo. Passata. Superata con una mossa da Jedi. Mi volto frastornata, mentre ancora pedalo, e solo allora mi accorgo dei freni nuovi. Neri, lucidi, spessi. La ruota poi è uno spettacolo: perfettamente rotonda, perfettamente girevole, perfettamente ruota. Sfreccio più veloce della luce, sul mio nuovo bolide così silenzioso che quasi mi mancano gli occhi terrorizzati di chi in passato ha avuto la sfortuna di trovarsi sulla mia traiettoria.

Mi sento anche dire di non aver paura, perché un letto a Barcellona per me e per il mio ragazzo ci sarà sempre nella piccola casina di due persone tanto speciali, una piccola e una grande, che mi chiamano entrambe “amica”.

Arriva poi il momento della prima cena di lavoro di tutta la mia vita: ci vado solo perché è gratis, in un club privato in riva al mare. Quella santa della mia collega mi viene a prendere in moto e subito mi faccio beccare da un gruppo di colleghi mentre mi pettino nello specchietto, cercando invano di migliorare i danni del casco. Lei ride, io divento bordò e li seguiamo perché ci siamo perse. Entriamo in questa bella sala vista porto illuminato, dove il cibo viene servito in piedi e c’è l’open bar. “Tutto questo è fatto apposta per facilitare la conversazione e non parlare solo con il vicino”, ci spiega l’organizzatrice, e questa mi sembra subito un’ottima idea, se non fosse per il fatto che noi due siamo solo due stagiste di una piccola start-up interna all’azienda, tanto piccola che nessuno conosce il suo nome … e nemmeno il nostro. Iniziamo a bere e alla fine ci raccontiamo tutto quello che in tre mesi non siamo riuscite a dirci, scoprendo di non essere poi tanto diverse. Qualcuno addirittura ci saluta e ci rivolge la parola per qualche secondo.

Ho ancora gli occhi che brillano per aver assistito al discorso del capo dell’azienda, un capo vero, di quelli che lavorano sodo e si prendono a cuore la vita dei dipendenti, un capo che capisce l’importanza di motivare chi lavora per lui, che premia l’impegno con dei regali, cogliendo l’occasione del Natale. Che bello applaudire queste persone senza sapere minimamente di cosa di occupino, ma sorridendo per il rossore dei loro visi nel ricevere il meritato pacchetto.

Venerdì mattina mi alzo con un mal di testa incredibile, ma felice. Mi rendo conto che sono riuscita a partecipare ad una serata tra spagnoli senza particolari problemi, e mi viene una voglia matta di rimanere qui e migliorare sempre di più la lingua. Allo stesso tempo mi ricordo che una casa e un letto dove dormire ce li avrò sempre e mi sento tanto fortunata ad avere una vera famiglia su cui poter contare.

Rincaso giusto in tempo per prepare l’amico invisibile, con la mia altra piccola famiglia attualmente più a portata di mano. 6 partecipanti, 6 bigliettini in una ciotola. Ne peschi uno e quella è la persona a cui dovrai fare il regalo di Natale. Si stabiliscono delle regole: la spesa deve essere tra i 5 e i 20 euro; non si può fare il regalo al proprio “compagno”. Durante il periodo di attesa si pratica l’ “endulce”, la tradizione colombiana di far trovare dolci o scherzi sulla porta della persona a cui sarà destinato il tuo regalo, senza farti scoprire. Alla fine si fa una cena, appena prima di Natale, in cui ci si consegna i regali, ma non è tutto così semplice: bisogna indovinare chi ti ha comprato il pacchetto, una volta aperto, ma se si fallisce la punizione è un chupito “al colpo”, finchè non si scope il nome misterioso. La cena è programmata per venerdì 18 dicembre … chissà come andrà a finire!

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