cambiare vita e abitudini

Gli squilibrati di Covid-19 e la storia di Bandiera

Non sono mai stata una persona equilibrata. Al contrario, ho sempre fatto molta fatica a regolare le mie giornate secondo scelte logiche. Nonostante negli anni sia migliorata, continuo a essere una persona tendenzialmente impulsiva, impaziente e ancora decisamente poco capace di gestire al meglio il mio tempo. Per certi versi, persino la mia devozione alla scrittura non è altro che un ostinato tentativo di fare ordine nella mia testa smemorata e… squilibrata.

Cambiare la vita ai ritmi di Covid-19

Quando è arrivato Covid-19 nella mia vita, e parlo della sua consapevolezza sociale (perché ora sappiamo che lui era tra noi ben prima di quel famoso 8 marzo), sono rimasta spiazzata. Ricordo bene come M. (oggi lo chiamo così perché – da bravo data scientist – se legge è capace di chiamare il garante della privacy) si metteva lì a cercare di spiegarmi che “No B., a fare la gitarella in montagna con gli amici non ci possiamo andare”, sovrapponendo alle sanzioni, motivazioni molto più nobili come il bene comune, il rispetto per gli altri e molti altri ragionamenti derivanti da basi scientifiche (una sera mi ha piazzata davanti alla tv, a cui ha collegato questo video che – tra curve esponenziali e percentuali di crescita – mi ha fatto capire che non basta leggere ogni giorno il bollettino-morti per comprendere quello che sta davvero succedendo là fuori). Insomma, ci ho messo un po’ a ingranare, ma alla fine ce l’ho fatta anch’io a far girare le rotelline.

E così, giorno dopo giorno (diciamo pure mattina dopo mattina, pranzo dopo pranzo, pomeriggio dopo pomeriggio, cena dopo cena, sera dopo sera) ci siamo trovati a vivere il lockdown; fino a che, in uno dei rari momenti in cui ero stata io a preparare qualcosa da mettere sotto i denti, M. è crollato.

Ora, non che questo mi abbia stupito poi così tanto. Voglio dire…

Non è di certo facile convivere con una che ogni santa sera, quando magari vorresti solo ascoltarti in santa pace la voce avvolgente di Bob Revenant durante l’ “Arca dell’arte del libero pensiero”, invece ti propina discorsi filosofishi con incipit del tipo “Ma tu ci pensi mai al senso della vita?”. Per non parlare dei pomeriggi trascorsi a montare il nuovo episodio del podcast che ho deciso di fare, in cui “la voce maschile è fondamentale a staccare un po’ così l’ascoltatore è più coinvolto – Ah! E poi c’è da trovare un programma per ridurre il rumore di sottofondo ed equalizzare il tono. Perché io il tuo Mac non lo so proprio usare”. Last but not the least, quella simpatica abitudine di mettermi a fare ginnastica alle otto di sera perché “mi sono imposta di fare almeno trenta minuti al giorno di esercizio fisico, tutti i giorni” (cosicché non ci siano molte altre persone in casa su cui contare per la preparazione della cena).

Ebbene, nonostante queste e altre innumerevoli ragioni che avrebbero portato chiunque a un esaurimento nervoso, il malessere di M. non è (forse) stato causato (totalmente) da me.

Il punto è che M. è una persona equilibrata. Una di quelle che hanno più pazienza che voglia di lamentarsi, e che anzi non si lamentano mai. Una di quelle che sanno ascoltare, quindi capire e quindi aspettare. Una di quelle così rare da trovare che – quando ti rendi conto di avercele davanti – decidi che non sarebbe male passare tutta la vita con loro. Perché ci vuole una persona così per sopportare tutte le idee che possono venirti alla mente in una frazione di secondo, figuriamoci in due mesi di lockdown. E che – per la già citata impazienza – decidi di spiattellare seduta stante senza pensare che, magari, non è il momento migliore.

Io, al contrario, sono fondamentalmente una persona egoista. Non lo faccio apposta, ci mancherebbe, è solo che non ho ancora imparato a smettere di pensare al futuro, per concentrarmi sul presente e sulle persone che lo popolano. Ed è proprio grazie a tale incapacità che, mentre fuori Covid faceva il suo lavoro, io dentro facevo il mio.

Incapace di aspettare, mi sono messa a inventare nuovi modi di passare il tempo, scoprendo quanto è bello prendersi cura di sé. Perché quando sei troppo proiettata sul domani, una squadra, un gruppo di lettura, gli amici dell’associazione e le compagne di corso… non ce li hai. Per i più svariati motivi (che vanno dal “non ho soldi” al “quando li avrò me ne andrò via da questa città”), non ho mai preso molti impegni fissi da mantenere. Un po’ perché sapevo che avrei fatto fatica a mantenerli, un po’ perché – sinceramente – mi ha sempre fatto un po’ paura essere come tutti gli altri.

La storia di Bandiera

Questo mi fa pensare tanto alla meravigliosa storia di Mario Lodi che la nostra maestra ci aveva fatto leggere alle elementari. Bandiera era una fogliolina che si rifiutava di cadere dall’albero e rimaneva ancorata al suo ramo, per poter ammirare tutte le stagioni. Proprio così: mentre le altre diventavano gialle e poi si lasciavano cadere mosse da un colpo di vento o da un certo senso del dovere, lei rimaneva ben salda dov’era, intraprendente e controcorrente. Alla fine, però (e vi avviso che qui c’è un super-spoiler) anche Bandiera cede, perché capisce che con la sua resa sarebbe diventata nutrimento per la pianta, permettendole di generare nuove foglioline.

Io ci penso sempre a Bandiera: ogni volta che cade una foglia secca da uno dei vasi che ho sul balcone, la rimetto prontamente nella terra. Insomma, questo è stato l’insegnamento che fino ai 30 anni mi ha dato questo meraviglioso libro. Peccato che non avessi capito un tubo. Per tutta la mia vita, mi sono comportata come Bandiera: ho usato tutte le mie energie per combattere il micro-sistema in cui mi sono trovata inserita. Ovviamente, non senza frequenti lamentele (perché, come potete immaginare, d’inverno appesi a un albero fa piuttosto freddo).

Una delle mie attività quarantenine: creare un micro-giardino sul terrazzo

Ora che ci penso, Bandiera a un certo punto cerca pure di convincere le sue compagne a imitarla, spronandole a resistere, a non lasciarsi andare in balia degli eventi. Ma loro, ai suoi occhi, mollano. E lo fanno inconsapevolmente, con leggerezza. Io non le capivo e fino a prima della pandemia continuavo a non capire tutte quelle foglioline che si ostinano a seguire la stessa identica routine: lavorare per un capo stronzo, lavorare per un fine settimana in cui “staccare”, lavorare per trovare la persona “giusta” con cui creare una famiglia. Magari con anche un cane. Quelle stesse foglioline che vanno in palestra due volte a settimana e il venerdì sera si ritrovano a fare “un ape” dove saranno sicure di incontrare altre foglioline.

No, quella non è roba per me. E io, quelli che Blaise Pascal chiama i divertissement, li rifuggo come la morte, perché non sono altro che un modo per lobotomizzare il pensiero. E se, tra un appuntamento e l’altro, mi scordassi di pensare al senso della vita?

Tutt’al più potrei partecipare a un incontro culturale in biblioteca o a una serata di musica live in un locale dove al posto delle sedie ci sono i cuscini per terra. Sì, ma queste cose non ci sono mica tutti i giorni e – quando ci sono – finisce che me le perdo perché sono impegnata a fare qualcos’altro al computer (solitamente produrre qualcosa, perché informarmi, nel mio mondo al contrario, viene sempre dopo… se viene). E poi c’è sempre la giustificazione che a Piacenza non ci sia mai un tubo da fare. Ma quando vivrò a Bologna sì che la mia vita cambierà. Oh sì.

Nel frattempo, però, M. è soccombuto (non fate quella faccia, il participio passato di “soccombere” si dice così) e io no.

Io no, perché – senza rendermene conto – mi sono creata una routine alimentare, fisica e mentale completamente nuova. Badate bene, non perché abbia improvvisamente avuto una qualche rivelazione, ma molto semplicemente perché non avrei mai potuto aspettare di riprendermi in mano quella vecchia. (Se non si fosse ancora capito, la pazienza non è esattamente una delle mie virtù).

Ed ecco spiegato l’arcano: chi sa aspettare come M. è rimasto fregato e a un certo punto non ce l’ha fatta più. Se poi si tratta pure di persone introverse, è davvero un disastro. Tenersi tutto dentro, mentre siamo tutti dentro, non è proprio facile.

Spesso, basterebbe un atto sovversivo per evitare di soccombere. E in questo, noi persone squilibrate abbiamo molto da dire.

Leggevo su Internazionale (sono andata a controllare, era questo l’articolo) che la tattica adottata da una condannata per non perdere la testa durante la prigionia era quella di sottomettersi a un regime ancora più restrittivo di quello impostole dai secondini. Per esempio, si alzava volontariamente prima che le guardie la buttassero giù dalla brandina, così da avere l’impressione che quella giornata sarebbe cominciata per sua volontà, non di altri.

Nuovi equilibri da Coronavirus

Ecco, care persone equilibrate, vorrei dirvi che potete farcela, anche solo a dire di no. Potete farcela per il semplice fatto che siete state voi a insegnare a noi persone squilibrate quanto possano essere interessanti le buone abitudini. Siete voi che ci avete fornito le strutture a cui fare affidamento per impegnare questo periodo e ci avete reso fruibili le vostre ideologie.

È grazie a voi vegani che ho tolto i biscotti dalla mia alimentazione, prendendo in prestito le vostre gustose ricette con cereali, semi e frutta. È grazie a voi sportivi che ora riesco a portare le borse della spesa senza sentirmi il fisico di una ultraottantenne. È grazie a voi lettori che ho riscoperto il piacere della formazione personale per crescere in un modo più consapevole. È grazie a voi lottatori silenziosi che ora i libri li compro (preferibilmente) dalla mia libraia preferita, che non acquisto più il primo detersivo che mi capita sotto mano, che – prima di passare all’opzione Amazon – faccio tutti i “tentativi locali” che posso. È provando a essere fogliolina che ho capito che voi il tempo non lo prendete con leggerezza, piuttosto cercate di dargli un senso.

Certo, le etichette continuano a non piacermi, così come gli estremismi.

Ho detto a M. che non cambieremo il mondo acquistando i detersivi Winni’s e andando a prendere “l’acqua del sindaco” nei bottiglioni di vetro. Lui mi ha risposto che il mondo non si cambia da solo, ma con la somma di singole persone che ripetono le stesse azioni con costanza.

Quindi, care persone equilibrate, non temete. Voi ce la farete di sicuro. E si sa mai che, in un inaspettato lunedì di Fase 2, non vi sorprendiate a dare le dimissioni dalla vostra solita vita, scegliendo di cavalcare quel soffio di vento che vi farà nascere di un verde brillante, ma sul ramo di una nuova pianta.

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