Pensieri ispirati dal testo di Jhumpa Lahiri “In altre parole”

Anch’io parlavo due lingue prima di imparare l’italiano.

Sono americana e ho iniziato a studiare il francese quando avevo 10 anni, ma senza saperlo parlare davvero prima di diventare volontaria del Corpo di Pace, in Niger, nei primi anni Settanta. Penso di essere arrivata, oggi, con la lingua italiana, allo stesso livello di conoscenza che avevo in francese negli anni del Corpo di Pace, o un poco di più.

Dopo i miei anni in Niger ho letto dei romanzi, semplici, in francese, di Maigret – per esempio -, ma soltanto 15 anni dopo, quando ho pensato di fare la supplente nella mia città, mi sono resa conto di saper parlare bene questa lingua.

Così, mentre i miei figli erano al campo estivo, io sono andata al Middlebury College per fare corsi di grammatica, per rendere più solida la mia padronanza della lingua, per accrescere il mio vocabolario, per immergermi nella lingua. Qualche anno dopo mi sono iscritta all’università per studiare il francese, perché mi piaceva. Finché, nel 2001, mi sono ritrovata con il dottorato in letteratura francese.

Durante tutto questo tempo ho tradotto qualche testo e, negli anni seguenti al dottorato, ho tradotto due romanzi di Paule Constant. Fare le traduzioni mi ha richiesto di passare continuamente tra le due lingue e, come ha detto Lahiri, questo arricchisce il processo e il risultato. Più recentemente, infine, ho provato a scrivere in italiano (questo testo è il primo senza il traduttore Google!).

Attualmente sto lavorando alla traduzione di un testo che ho scritto 20 anni fa, una memoria, con la mia insegnante, Silvia. Ho notato che, dal momento che il francese è la mia prima lingua straniera, devo passare spesso dal francese per trovare le parole in italiano. Scrivere la traduzione del mio testo mi fa andare avanti e indietro fra tutte e tre le lingue, a volte, ma soprattutto fra l’italiano e il francese.

Negli anni della scuola secondaria avevo studiato anche lo spagnolo e durante i miei anni nel Corpo di Pace avevo imparato a parlare un po’ l’hausa (lingua del sud/sudest del Niger). Avevo notato che le cellule cerebrali dedicate allo spagnolo venivano utilizzate per l’hausa, forse perché le due lingue vengono “prodotte” utilizzando la parte centrale della bocca (il francese, diversamente, è prodotto con la parte anteriore della bocca). Quando ho cominciato a studiare l’italiano, mi sembrava di non avere più cellule cerebrali da condividere. Ho dovuto riutilizzare le cellule spagnolo-hausa per l’italiano.

In questo momento, inoltre, devo lavorare sul mio spagnolo perché la famiglia di mia figlia si trasferirà in Spagna il mese prossimo e per fare visita a loro voglio poter parlare la lingua locale. Ma è molto difficile, perché preferisco l’italiano!

Premesso tutto questo, per parlare del libro della Lahiri, trovo che la scrittrice si aspetti, o almeno si aspettasse inizialmente, qualcosa dagli italiani che non è disponibile per i non-madrelingua, qualsiasi sia la lingua straniera imparata. Non è possibile, infatti, essere accettato come ‘madrelingua’ e, secondo me, non è nemmeno necessario. Io ho “orecchio” per gli accenti e spesso mi viene chiesto se sono francese; sono felice per questo, ma non cerco di passare per francese. Anche in italiano il mio accento è abbastanza buono, ma non mi faccio illusioni. Sono contenta se riesco a comunicare. Lahiri vuole essere accettata come italiana e si lamenta perché, essendo bengalese-americana e avendo l’aspetto bengalese, gli altri, gli italiani, la considerano sempre come una straniera. E questo per colpa loro. Lei si sente divisa tra le tre lingue che parla e ritiene che una parte della sua personalità consista nell’essere dichiarata fondamentalmente ibrida. 

Dalla mia esperienza, dal mio vissuto, e anche dagli studi in critica della letteratura e in psicologia, io penso che essere “ibrido” faccia parte della condizione umana. Questa identità “ibrida” non appartiene solo alle persone a cavallo di due o più culture: siamo tutti usciti da una famiglia di origine e siamo tutti divenuti adulti; siamo tutti quindi a cavallo di almeno due culture, quella di origine e la propria. E questo, sia che parliamo più di una lingua o no. È una moda degli studi post-coloniali rivendicare questa caratteristica per gli sfollati culturali, gli immigrati, ma questo fa parte della normale crescita e sviluppo umano. 

Parlare più di una lingua è sempre un privilegio, un arricchimento, anche se non padroneggiamo pienamente la seconda lingua… o anche la prima! Il privilegio di parlare una lingua straniera è come l’amicizia: quando siamo ammessi nella vita di un’altra persona, quando qualcuno condivide con noi una confidenza, una parte della sua vita, è un privilegio essere inclusi. Lo stesso avviene quando siamo ammessi a un’altra cultura tramite la sua lingua. Siamo in grado di vedere e di apprezzare l’Altro oltre a condividere una parte di noi con loro.

Allora, noi dobbiamo essere grati perché abbiamo accesso a un’altra lingua, un’altra cultura, un’altra forma di Sé. Penso che Lahiri si renda conto di questo, alla fine del suo libro. Lei ammette di non essere “una scrittrice italiana” ma “una scrittrice che scrive in italiano” (e bene, secondo me).

Lahiri cita il lavoro di Agota Kristof nelle ultime pagine del suo libro. Conosco bene la trilogia della Kristoff; l’ho insegnata più volte sia in francese che in inglese. Mi sembra che un’interpretazione possibile della trilogia possa essere questa: che tutti abbiamo la possibilità di superare i traumi che abbiamo avuto. 

Ho letto recentemente in un libro di un’altra studentessa della mia insegnante Silvia, Kristin Louise Duncombe, che un medico svizzero le aveva detto queste parole: “Hai il diritto di guarire.” Questa frase mi ha colpito particolarmente perché – pur non avendola mai conosciuta con queste parole esatte – mi ha guidata per tutta la mia vita, dai tempi dei miei studi in psicologia, in letteratura e oltre. Penso che anche Jhumpa Lahiri stia scoprendo questa massima per se stessa: non è destinata a rimanere divisa tra inglese e italiano (per non parlare del bengalese), è in grado di creare il suo proprio Sé, qualsiasi lingua decida di usare in quel momento.

Margot Miller

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