Prefazione (o forse per gli articoli basta dire premessa)
Ho scritto le parole che seguono nella forma di diario, quindi rispecchiano il mio stato d’animo e le mie impressioni di un particolare momento del viaggio. È una specie di live blog, ma anche un po’ flusso di coscienza. Incoerenze stilistiche e sintattiche sono da considerarsi parte del gioco, perché non mi andava di fingere una ricercatezza che, nella spontaneità del momento, proprio non avevo. Per rispetto dei lettori e per chiarezza espositiva, prima di cominciare esplicito le tappe di questo viaggio on the road nel nord della Spagna:
1. Bilbao (due notti in hotel)
1.1 Sosta nel borgo medievale di Santillana del Mar, che mi ha ricordato molto San Gimignano
2. Soto de Cangas, Picos de Europa (tre notti in hotel)
2.1 Sosta nel paese di Ribadesella
3. Gijon (tre notti in appartamento)
3.1 Sosta a Navia
4. A Coruña (tre notti in appartamento)
4.1 Gita a Santiago de Compostela
22 agosto 2024, Picos de Europa
Torno a scrivere di viaggi dopo troppo tempo che non mi prendevo cura di questo blog. Ho preferito delegare l’incombenza alla penna degli studenti della mia scuola di italiano che hanno arricchito volentieri queste pagine con le loro storie.
In questo momento mi trovo in Spagna, precisamente sotto le coperte di un delizioso letto in legno in un albergo nei pressi di Cangas de Onis, nelle Asturie. L’albergo si chiama El Molino, si affaccia su un torrente che fa molto montagna (che si ammira anche dalla terrazza su cui si fa colazione) e ha due stelle ma il servizio è degno di un quattro (la stanza viene pulita ogni giorno, per dire). La nostra camera si colloca nel sottotetto, e anche questo fa molto montagna.

Mi sono messa a scrivere proprio oggi perché mi piacerebbe imprimere nella memoria la giornata appena trascorsa (è da poco passata la mezzanotte), perché è stata bellissima. Ci siamo svegliati e preparati con calma, grazie ai nuovi orari spagnoli a cui volenti o nolenti ci siamo adeguati. In altre parole, se i negozi aprono alle 11 del mattino e i ristoranti per cena non ti accettano prima delle 20:30, si fa presto a pranzare alle 15 e cenare alle 10 come abbiamo fatto oggi.
Vivo in Inghilterra da due anni e mezzo con il mio compagno, tempo in cui siamo diventati una famiglia e abbiamo imparato a essere genitori alla maniera inglese, cioè quella dettata dalle contingenze. Quindi in pratica è da 21 mesi che ci sentiamo degli sciagurati per mettere nostro figlio a letto tra le 20 e le 20:30 in inverno e tra le 21 e le 21:30 in estate. Infatti, per gli inglesi la giornata di un bambino finisce alle 7 pm in tutte le stagioni. Quando andiamo in Italia o qualche parente ci fa visita, ci sentiamo degli sciagurati per seguire questa bed time routine così “nordica”, insomma secondo loro lo mettiamo a letto troppo presto. E qui in Spagna, come avrai capito, la storia cambia ancora. Tra le 18 e le 20 di sera i bambini fanno merenda e i parchi giochi sono pieni. Da qualsiasi lato ci guardiamo, siamo un po’ strani.
Comunque dicevo che ieri abbiamo deciso di non prendere l’auto. Stiamo facendo un viaggio on the road nel nord della Spagna in quattro tappe, con partenza da Bilbao e destinazione La Coruña, passando quindi quattro regioni: Paesi Baschi, Cantabria, Asturie, Galizia. È bello godersele un po’, queste tappe.
Dal nostro hotel, che si trova a Soto de Cangas, abbiamo camminato lungo la valle fino a Muñigo, tranquillamente col passeggino. Lì c’è un grande parcheggio per chi non se la sentisse di camminare lungo la strada, che è in effetti piuttosto trafficata. A Muñigo la strada è attraversata da un lungo ponte in legno, accessibile anche con sedia a rotelle o passeggino. Il ponte conduce all’imbocco di un sentiero che porta dritto dritto nel Parque Natural de Los Picos de Europa. Camminando circa venti minuti (un po’ di più con passeggino o bambino sgambettante appresso) ecco che si arriva a Covadonga e la sua spettacolare chiesa gotica incastonata tra i monti.
Questa camminata in montagna mi ha rigenerata, perché non mi aspettavo che avrei potuto riprovare questa esperienza tanto presto. In tutto la camminata di andata e ritorno è durata circa due ore per noi, che eravamo molto felici che le tempistiche dei pisoli del piccolo siano state dalla nostra. Non è facile trattenere un bambino sul passeggino per così tanto tempo, ma se non hai treni o bus da prendere, orari di ingressi da rispettare, puoi fare tutte le pause che vuoi e la giornata funziona alla perfezione.

Covadonga è meta di pellegrinaggio religioso. Oltre alla chiesa, c’è anche un magnifico santuario incastonato nella roccia, dove ho acceso una candela per la mia amica Eli. All’ingresso c’è un comodo distributore che le vende a pochi euro, quelle bianche per i vivi e quelle rosse per i morti, senza girarci intorno.

Per pranzo, dopo un fallimentare tentativo alla caffetteria di un hotel, abbiamo scoperto un ristorante pluripremiato (si chiama El Merendero de Covadonga) per la sua versione di alcuni piatti tipici asturiani: la fabada, il cachopo e l’arroz con leche (quest’ultimo è un dolce). Era da tanto che non mangiavo piatti caserecci così gustosi.
Il cibo del nord della Spagna è buonissimo, lo dicono tutti. Anzi, tutti ti dicono che nel nord della Spagna “si mangia bene”. Dopo quattro giorni qui, ho capito che il significato di questa frase è che ogni piatto è ricchissimo, saporitissimo, gustosissimo… Ma non chiamerei la dieta asturiana (per lo meno quella dei ristoranti) “una buona dieta”. In ogni piatto, infatti, la carne è preponderante. Per dire, ieri sera il cameriere ci ha portato un antipasto offerto dalla casa, che lui ha definito “brodo di verdura”. Sul fondo ecco che sono comparsi pezzettini di prosciutto. I menù dei ristoranti offrono solo piatti elaborati, persino le bistecchine sono sempre fritte e servite con patate fritte e con formaggio fuso da cospargervi sopra (questo piatto è buonissimo eh? Si chiama Escalope al Cabrales.)

23 agosto 2024, Picos de Europa
Qui non prende internet, quindi ricorro alle care vecchie carta e penna. Abbiamo appena fatto un pic-nic improvvisato in riva al lago di Covadonga, quello più basso, con pane e formaggio, avocado e ananas. Un’iniezione di salubrità considerando i nostri precedenti pasti (n.d.r. alla sera siamo finiti in una sagra di paese dove servivano solo carne alla griglia con contorno di carne alla griglia.. e di pane. Tutti erano felicissimi e non sembravano sentire la necessità di altro).
C’è molta gente, è una destinazione 100% turistica, infatti si arriva solo con autobus autorizzati della compagnia Alsa, un po’ come al lago di Braies. Chissà se c’è la versione spagnola di Terence Hill che recita in Un paso del cielo. Nonostante i turisti, c’è molto spazio per tutti e ci si può godere un po’ di pace con la brezza che accarezza i capelli come in questo momento.

Ieri Massimo ha detto una cosa che mi è piaciuta, perché stavo pensando a qualcosa di simile, senza riuscire a elaborarla. Ha detto: “è come avere un compagno di viaggio in più”. Ed è proprio così, viaggiare con un bambino che non ha ancora due anni significa comunque tenere conto della sua presenza e della sua personalità: delle sue esigenze, certo, ma soprattutto dei suoi gusti. L’altalena e lo scivolo, osservare le macchine, i “bas” e I “camiomon” in strada, il torrente che scorre veloce, le mucche e le pecore, i bimbi, la pappa diversa dal solito e le scale… Scale ovunque che non si possono perdere! Bisogna salirle o scenderle subito.

La montagna mi mancava immensamente così come staccare la spina per davvero. Smettere di pensare che le giornate a far niente siano sprecate.
I primi giorni a Bilbao, ammetto di aver fatto un po’ fatica. Forse perché siamo passati da una città all’altra e quindi la percezione di essere in vacanza ha tardato ad arrivare. Forse perché non eravamo ancora assestati sugli orari spagnoli, o forse perché in quei giorni a Bilbao c’era la festa Aste Nagusia, che avevamo già vissuto nel 2017, con altri ritmi e sette anni in meno. Perderci i fuochi d’artificio e non poter fare tappa ad ogni stand con un bicchiere da riempire al collo mi è spiaciuto.
26 agosto 2024, Gijon e Oviedo
È successo che siamo andati all'”ambulatorio”, che penso sia il nome colloquiale di quello che si chiama ufficialmente Centro de Salud. Da quello che ho capito, si tratta di qualcosa di simile alla guardia medica italiana, qualcosa che in UK non esiste. Ci siamo avviati alle 21:30 e dopo un’ora eravamo già fuori. Gli infermieri e il medico sono stati di grande supporto e mi sono resa conto che mi sento più tranquilla a comunicare in spagnolo che in inglese, perché bene o male ci si capisce anche in un’area più tecnica. Apro una parentesi sul linguaggio: due parole nuove che ho imparato in questa vacanza sono columpio e tobogán che sono rispettivamente l’altalena e lo scivolo.
Poi siamo dovuti andare alla farmacia di turno notturno, che distava 30 minuti a piedi, lontano dal centro di Gijon. È stato interessante vedere una parte di città fuori dai percorsi turistici. Qua e la incontravamo parchi giochi e piccoli bar di quartiere ancora aperti, due simboli della nostra vita attuale e precedente. Anche se Oliver dormiva nel passeggino, ci dicevamo “questo scivolo gli piacerebbe!” Mentre i bar senza pretese hanno stimolato riflessioni più profonde. Non siamo più abituati ad avere questa possibilità. Uscire a qualsiasi ora del giorno e della notte e poter ordinare qualcosa da bere e da mangiare per pochi euro. Questa era la nostra normalità, quando vivevamo a Barcellona. Per contro, arrivati in farmacia abbiamo avuto la sorpresa di ricevere un conto più salato dei piatti asturiani. Questo in Inghilterra non succede per via di un limite imposto dal governo a tutela dei cittadini. Uno scontrino di 67 euro per un antivirale sarebbe improbabile.
Ora invece sto scrivendo da un ristorante di Oviedo, che si chiama Las güelas. È una sidrería situata nella via de las sidras, Calle Gascona, specializzata nel cachopo marinero. Confermo che è una delizia, anche se – come il suo corrispettivo di carne – è composto di merluzzo ripieno di pesciolini, ricoperto di una sughetto-richiama-scarpetta e da gamberetti e vongole. In pratica pesce ripieno di pesce con contorno di pesce.

Oviedo è una città sorprendente. Pulita, ordinata, elegante. Si vede che è una città che dà importanza all’arte e alla letteratura, infatti a ogni angolo si trovano statue in bronzo che commemorano personaggi locali e non, come Mafalda (la protagonista dell’omonimo fumetto satirico argentino) e Woody Allen.


Mafalda sta seduta su una panchina nel bel mezzo del grande Parque San Francisco, dove Lollo ha giocato felice prima che la sua macchinina preferita finisse drammaticamente e irrimediabilmente nel laghetto con i germani reali. Ma questa è un’altra storia.
Un’ultima riflessione prima di addormentarmi (nel frattempo mi sono spostata a letto, portando l’orologio avanti di qualche ora) riguarda il rapporto tra gli spagnoli del nord e i bambini. Si vedono tanti anziani in queste città, un po’ come in Italia. Molti sono nonni che portano i bambini al parco giochi. Altri sono soli e si fermano volentieri a parlare con i piccoli. Non so quante volte qualche signore o signora si siano fermati a toccare i capelli a Oliver. All’inizio pensavo a un gesto scaramantico, perché si dice che i capelli rossi portino fortuna, ma forse è semplicemente segno che i bambini siano considerati “di tutti”, come se vivessimo in una grande comunità.
Una volta una signora ha persino dato un biscotto a Oliver. Noi ce ne siamo accorti dopo, perché eravamo un po’ distanti. Lei lo ha fatto senza porsi il problema di chiedere a noi genitori, o quantomeno di avvistarci. Oggi invece stavo tentando disperatamente di placare la disperazione di un Oliver molto stanco e soprattutto senza ciuccio, che ci siamo scordati a casa. Una signora si è fermata per aiutarmi, ha provato a parlargli, poi si è rivolta a me per dirmi che era proprio una bella bambina (ormai sono abituata, non fa niente) e mi ha indicato la farmacia più vicina per comprarLE un nuovo chupete.
È capitato anche più di una volta che i ristoratori ci portassero, insieme al caffè, un dolcetto in omaggio. Sempre tre, uno anche per il bambino. È un gesto semplice, che mi è piaciuto molto. Quindi insomma c’è un po’ di invadenza ma anche tanto affetto.
Per quanto riguarda i servizi come i fasciatoi, non sono presenti in tutti i locali, ma non è raro trovarli. In loro mancanza, in estate è comodo fermarsi su una panchina o su un muretto. L’abbiamo fatto tante volte e non ci siamo sentiti a disagio. Mi ha fatto anche molto piacere vedere donne che allattavano i loro neonati tranquillamente in luoghi pubblici.
27 agosto 2024, in auto (anzi “bacchia”)
Siamo in viaggio per A Coruña, la distanza in auto più lunga di questo viaggio on the Road (3h). Quindi avevamo deciso di fermarci a Playas de las Catedrales, ma abbiamo fatto un errore: ignorare le maree. Questo posto è un po’ come Mont Saint-Michel in Francia, viene ricoperto d’acqua con l’alta marea. Con la bassa, invece, si può passeggiare sulla spiaggia col naso all’insù, per ammirare le incantevoli volte naturali scavate nelle rocce dall’erosione dell’acqua. Qui ci sono gli orari delle maree e le fasce orarie consigliate per la visita, mentre qui si può prenotare l’ingresso (è gratis, ma la prenotazione è obbligatoria).
Invece ci siamo fermati nel borgo di Navia, che si sviluppa lungo il fiume e ha dei bei parchi giochi da dove osservare i ragazzi che praticano canottaggio. Ci siamo presi un caffè e abbiamo addentato un biscotto tipico del paese.

Dopo pranzo abbiamo seguito, a piedi, il lungo fiume fino al ponte di legno che conduce alla spiaggia. È stata una piacevole passeggiata, circondati dalla natura, nel silenzio rotto solo da un venticello che contrastava il sole a picco. Se non fosse stato un orario inadatto ai bambini, probabilmente ci saremmo rilassati un po’ in spiaggia e poi avremmo fatto il bagno. Non è vero, probabilmente non lo avremmo fatto comunque dato che non avevamo dietro né costume né salviettone.

Questo mi dà l’occasione per dire che nel nord della Spagna le spiagge sono tutte libere, ampie, con la sabbia e un po’ selvagge, persino quelle cittadine.
E che è un po’ come se il tempo si fosse fermato. Da qualsiasi punto la si guardi, si potrebbe scattare una fotografia di questa Spagna e poi chiedere a qualcuno: “Che anno è?”. La risposta potrebbe essere tanto “2024” quanto “1984”, per dire.
Dall’abbigliamento dei passanti alle insegne dei negozi, per lo più piccole attività a gestione familiare, non ci sono segni di aggiornamento a nuove mode o sensibilità. Invece ci sono moltissimi parrucchieri, salumeri, copisterie, esercizi commerciali specializzati in qualcosa che era molto importante nell’epoca pre-gdo. In altre parole, c’è poca gentrificazione e molta tradizione. E forse solo io mi sono sentita un po’ a disagio nell’osservare la noncuranza degli avventori dei locali, nel bersi un caffè a fianco di una vasca piena di aragoste con le chele legate o sotto una serie di prosciutti appesi al soffitto.
Il nord della Spagna ha un turismo principalmente interno. È raro trovare altri italiani, e di inglesi, tedeschi o francesi non c’è neanche l’ombra. Forse è per questo che a nessuno sembra strano che i negozi rimangano chiusi per la siesta, per poi riaprire verso le 17 fino a sera tarda.
A Coruña, invece, è diversa. Appena arrivati ci siamo stupiti di quanto fosse grande, con i suoi palazzoni vista mare, le catene di negozi più famose, le boutique con vestiti belli belli (e a prezzi comunque contenuti). Siamo finiti nella vita metropolitana che non ci mancava troppo, ma che ci ha fatto sentire un po’ a casa. Il centro storico di A Coruña è vivissimo, con ristorantini di tapas a ogni angolo, spesso con proposte sfiziose come rivisitazioni di piatti tipici (consigliatissimo è Baritono).

A Coruña ha anche tanti eventi sempre in corso. Quando siamo stati noi c’era la fiera del fumetto galiziano e la fiera dei libri antichi galiziani. Abbiamo visitato una mostra gratuita dove abbiamo scoperto autori contemporanei galiziani e le loro vignette. Invece sulle bancarelle della fiera del libro ho cercato invano un numero di Mafalda (ho scoperto essere molto ricercata!) e quindi ho ripiegato per un albo illustrato della serie “Teo” (Teo è un bimbo spagnolo di qualche decennio fa che fa cose, come per esempio va in piscina… Sperando che così a Oliver passi il terrore per l’acqua). Invece in una libreria indipendente avevo già comprato un librino per bambini che mi aveva colpita. Non so esattamente dire i dettagli della storia perché è scritto in gallego (tra poco lo vado a tradurre con Google Lens così stasera riesco a parafrasare qualcosa di sensato a Lollo). Comunque parla di una bambina che dalla Galizia si è trasferita in un’altra regione della Spagna a causa del lavoro dei suoi genitori e quando ha dieci anni comincia un viaggio semi-reale sulle tracce del suo amico Carlos Casares, un famoso scrittore gallego.

A Coruña non ha solo grandi negozi, ma anche piccole librerie, spesso di seconda mano. Questo aspetto mi è piaciuto molto.
C’è anche un bel parco, proprio vicino al centro (anzi sarebbe meglio dire giardini, Xardins Méndez Núñez) dove Oliver ha scivolato infinte volte lungo il tobogán e altrettante ha dondolato sulla “nena”. L’ultimo giorno abbiamo pranzato nello stesso giardino, poco distante dal parco giochi, godendoci un par de tapas semplici: tortillas, croquetas, gazpacho e bocadillo lomo y queso. Pranzare sui tavolini di un chiosco circondato dal verde è fantastico perché non devi preoccuparti dei pericoli della strada (inutile ribadire la pressoché nulla resistenza di un bimbo di quasi due anni a stare seduto tranquillo su una sedia).
Il proprietario della casa che abbiamo preso in affitto ci ha detto che A Coruña vanta la passeggiata lungo il litorale più lunga d’Europa. Noi ne abbiamo percorso solo un pezzettino e abbiamo raggiunto la Torre de Hercole (un affascinante faro) e la rosa dei venti passando dall’interno del promontorio. Il panorama era suggestivo, sebbene la visibilità fosse limitata dalle nuvole basse che ci avvolgevano con le loro goccioline fresche, mentre il vento smuoveva i nostri impermeabili estivi. Siamo poi rincasati col bus n. 5.
L’unico problema della città è trovare un parcheggio. Quello che ha fatto Massimo astutamente è stato usare l’app Easypark per rinnovare da remoto il pagamento del parcheggio in strada (nelle strisce blu) che si può solo pagare per due ore. È comunque una soluzione più conveniente rispetto ai parcheggi coperti, perché in strada ci sono fasce orarie in cui non si paga.


Cose che hanno funzionato in questo viaggio
E siamo arrivati alla fine del viaggio, che definisco così perché ci siamo spostati di tappa in tappa. Però potrei chiamarla anche vacanza, incredibilmente, perché ci siamo rilassati. Nonostante un bambino piccolo (da gestire? Da accompagnare? Da… Forse semplicemente considerare.) devo dire che le uniche notti in cui non ho dormito bene sono state a causa del prurito fastidioso causato dal virus che, pure, ha deciso di viaggiare con noi. Lollo, eccezionalmente, dormiva tutta la notte, dopo quasi due anni di risvegli improvvisi, sonno interrotto, conseguente insonnia. Partire con queste premesse e riuscire finalmente a non avere ricordi della notte, fa una grande differenza.
E poi un po’ di merito è giusto anche prenderselo: penso infatti che abbiamo pianificato tutto molto bene. Fare poche tappe, solo quattro in dieci giorni. Viaggiare leggeri, solo una valigia grande in tre e uno zaino a testa, inclusa la borsa del passeggino. Pernottare le prime notti in hotel per non pensare a cucinare e le ultime in appartamento per poter fare le lavatrici. Noleggiare l’auto dalla stazione dei treni di Bilbao e riportarla all’aeroporto de A Coruña, così da arrivare senza stress al volo di rientro.
Avere l’auto fino alla fine ci ha anche permesso di fare un’ultima gita. Ieri infatti siamo andati a Santiago de Compostela. L’abbiamo presa con calma, partendo nel pomeriggio perché prima non siamo riusciti.


Questo è stato un altro punto di forza di questo viaggio on the Road nel nord della Spagna: non avere pretese. Non abbiamo prenotato mai nulla per non sottoporci all’ansia di essere in ritardo. Però abbiamo cercato di essere previdenti sul breve termine, come ieri mattina quando ci siamo fermati in panetteria per comprare due fette di empanadas gallegas per la cena della sera (uno dei piatti tipici della Galizia, dopo il pulpo con patatas).
Certo, così ci siamo persi attrazioni famose come Las Playas de Las Catedrales o la visita al faro La Torre de Hercole. Abbiamo scelto di non fare la coda per visitare la Catedral de Santiago (un po’ anche perché ci sembrava irrispettoso nei confronti dei pellegrini) e al suo posto abbiamo passato un’ora in un meraviglioso giardino alle porte del centro storico.
Ha senso viaggiare con un bambino piccolo?
Ieri sera mi sono imbattuta in un thread che mi ha dato da pensare per parecchio tempo dopo. Una ragazza si domandava se valesse la pena andare in vacanza con i bambini, dato il livello di stress e il peso economico. Mi sono subito ricordata del nostro primissimo viaggio con Oliver, un weekend lungo nella campagna inglese. È stato un vero disastro, un’esperienza da dimenticare. Ora ci ridiamo su e ogni volta che qualcuno menziona i Cotswolds ci trasformiamo in esorcisti. Che poi poveri Cotswolds, loro cosa ne sapevano che saremmo stati così impreparati.
Penso che sia questo il punto: se non si prova, non si imparerà mai quale tipo di vacanza è meglio per noi. Che destinazione e con quali mezzi raggiungerla. Ci sono bambini che odiano l’acqua e la sabbia come Oliver, per cui il mare è una tortura più che un divertimento. C’è chi ama stare sul treno e sull’aereo come lui, per cui anche tragitti lunghi su quei mezzi sono piuttosto facili da gestire. Però in auto non riesce a starci più di venti minuti, a meno che non dorma (e allora bisogna essere tattici per far coincidere l’ora del pisolo con il viaggio). C’è chi ama mangiare e come lui quando mangia deve stare seduto (ma appena finisce, chi lo tiene più fermo sulla sedia?). E allora si deve fare in modo di mangiare insieme a lui, perché se lui mangia prima, poi diventa impossibile stare tutti seduti a tavola. C’è chi invece mangia meno o mangia solo certi cibi, e allora probabilmente cenare in appartamento rende tutto più semplice. Ma tutto questo si scopre strada facendo, ormai ho imparato che non ci sono manuali.
A me ad esempio piace alternare le due cose, ma forse più per me che per lui. Mangiare sempre fuori non mi piace perché dopo poco sento subito la carenza di frutta e verdura e la necessità di alimenti più semplici. Un bambino ovvio che mangia più volentieri i cibi più saporiti, ma certamente non fa bene né alla sua salute né alle sue abitudini. E nemmeno al portafoglio dei genitori.
Ecco sulla questione economica avrei da dire che non penso che un bambino piccolo rappresenti poi quella grande spesa in più. Semmai un bambino più grande. Un bambino di due anni non ha certo bisogno di chissà quali esperienze, anzi, più fa cose quotidiane, come andare al parco giochi, prendere un autobus, preparare la tavola, più si sente felice perché coinvolto nella “vera vita degli adulti”. In questa vacanza abbiamo pagato un solo ticket per entrare al museo Guggenheim di Bilbao, da cui Oliver era pure esente perché troppo piccolo. Inoltre, sotto i due anni i bambini non pagano il biglietto aereo, ma solo un forfait di 25 euro.
Mi piace anche vedere come la nostra routine familiare potrebbe essere diversa, nonostante all’inizio abbia fatto fatica. Continuavo a guardare l’orologio e a pensare: “è tardi!”. Poi, senza rendermene conto, mi sono adattata agli orari spagnoli e Oliver con me, anzi con noi. Detto questo, è meglio che mi fermi perché il rischio di risultare pedante e maestrina è dietro l’angolo. Non ho la benché minima formazione o adeguata esperienza per professare cosa sia meglio per una famiglia con un bambino piccolo, posso solo raccontare la mia esperienza e avere la fortuna di affermare che è andato molto bene, questo viaggio on the road nel nord della Spagna con un bambino piccolo.
Cover Photo by Patricio Mauri on Unsplash