Una giornata da freelance

Alle 7 del mattino il Fitbit fa tremare il servomuto di fianco al letto dando il via alla mia giornata con quella dose di fastidio di cui avrei fatto volentieri a meno. “Stasera devo ricordarmi di lasciarlo in bagno” penso mentre scivolo fuori dalle coperte, facendo attenzione a non scoprire Massimo, che per fortuna sembra non essersi svegliato.

La verità è che la funzione di monitoraggio del sonno sarebbe molto utile, ma non mi piace avere il polso avvolto da un orologio che non mi fa sentire libera e, a me, la libertà piace molto.

La prima cosa che faccio al mattino è tirare su le tapparelle per far entrare la luce, che ultimamente arriva sempre più tardi. Nel frattempo, metto a scaldare l’acqua per il tè, perché mettere su il caffè con la caffettiera napoletana richiede troppa attenzione a quest’ora. L’ho comprata la prima volta che ho scoperto la città, in un sorprendente viaggio primaverile che ora mi sembra così lontano.

Per il notiziario delle 8 c’è ancora tempo, quindi accendo il JBL e lascio che mi racconti la puntata giornaliera di START, “il podcast del Sole24 Ore che tutti i giorni ti racconta le notizie che ti sono più utili”. Oramai il jingle l’ho imparato a memoria.

Stamattina si parla di nuovi posti di lavoro per i giovani a sostegno della situazione economica attuale. Siamo ancora in piena pandemia e cavalchiamo la “seconda ondata” sopra il solito mare di cose da fare, ma con un’insolita rassegnazione nei confronti dei minacciosi abissi. Mentre spalmo la marmellata sul pane mi domando se la prossima frase riguarderà il caso dei liberi professionisti, ma la puntata si conclude prima.

Alle 9 inforco la bicicletta per raggiungere il coworking, che si trova a soli dieci minuti da casa. C’è anche Massimo con me e, anzi, è grazie a lui che ora posso usufruire anch’io di una scrivania abbastanza distante da cucina e lavatrice perché non mi venga in mente di fare i lavori di casa nel bel mezzo della giornata lavorativa. Il cliente per cui lavoro presso quella sede, infatti, l’ho trovato proprio con lo strumento più vecchio del mondo: il passaparola.

Stare in un coworking è un bel modo per trascorrere la propria settimana di lavoro: incontri persone, fai la pausa caffè al bar o nella cucina comune, separi meglio il tempo e monitori con più efficacia quello che dedichi ai vari progetti di cui ti stai occupando. Stamattina, per esempio, il ragazzo del piano di sopra ci ha portato un sacchetto di brioches fatte dalla sua mamma, da farcire con una marmellata di ciliegie preparata da lui. “Di cosa ti occupi?” gli ho chiesto con la bocca ricoperta di zucchero a velo. “Faccio il grafico!” mi ha risposto con entusiasmo.

Il resto della mattina lo trascorro destreggiandomi tra la chat di Skype, i documenti condivisi di Google Drive, due account di Gmail e una manciata di dashboard di WordPress. Per “staccare un attimo”, scendo i sei piani di scale che mi separano dall’aria aperta e faccio due telefonate: è da febbraio che vorrei prenotare qualche visita medica, rimandate a causa del lockdown. Prima di decidermi se chiamare prima il dentista o l’oculista, controllo l’app dell’home banking. Niente, ancora niente: il cliente insolvente rimane insolvente. E sono salite a tre le mensilità in arretrato, periodo in cui io non ho mai smesso di lavorare. Nel frattempo, novembre è sempre più vicino e sì sa che a novembre si pagano le tasse. Tra i due, mi decido per il dentista, che per fortuna Kim mi ha detto che vuole rinnovare il pagamento per dieci nuove lezioni. A proposito, sono a corto di marche da bollo. Me lo annoto mentalmente.

In poco tempo, è già l’ora di pranzo. Riprendiamo la bici e torniamo a casa, perché oggi non è mercoledì. È quello il giorno che abbiamo designato per pranzare fuori, in uno dei piccoli ristoranti o bar del quartiere. Ci è sembrato un buon modo per rompere la monotonia settimanale.

Nei dieci minuti che la pentola a pressione mi regala, apro la newsletter di Internazionale per capire cosa sta succedendo nel mondo, o almeno provarci. Dopo pranzo laviamo i piatti, tenendo d’occhio l’orologio minaccioso: è tardissimo.

Ho un appuntamento presso un’azienda locale, anzi una cooperativa. Stanno cercando un’insegnante di italiano per due lavoratori stranieri che fanno gli operai in un’azienda della provincia. La ragazza che mi presenta il progetto è ammirata dal mio curriculum e, mentre mi ascolta, i suoi occhi brillano sopra la mascherina. Mi piace quello che dice, sembra davvero appassionata del suo lavoro e mi dà l’impressione di avere a cuore le categorie svantaggiate che la società vuole aiutare con le sue attività. Si scusa per non avere i biglietti da visita e mi scrive i suoi contatti su un post-it fucsia. Io lo prendo in mano e penso alla freddezza con cui sono stata trattata nei colloqui che ho sostenuto nelle settimane precedenti.

La vita di un freelance è fatta di incontri di (potenziale) lavoro così frequenti da farti perdere il conto e qualche volta anche la speranza. Nel mio caso, questo avviene solitamente quando mi confronto con ambienti canonici in cui non c’è posto per percorsi in cui di canonico c’è ben poco… Come il mio. Un ottimo sistema di scrematura da entrambe le parti, dopotutto.

Mi affretto a rincasare, perché devo tenere due lezioni. Prima però riesco a fermarmi al supermercato, che da quando sono indipendente è sempre un discount: ultimamente sono giunta alla conclusione che l’Eurospin sia un buon compromesso tra risparmio e qualità dei prodotti, che spero rimangano sempre locali.

Spuntata la cena dalla lista delle incombenze, mi piazzo davanti a Zoom. Faccio appena in tempo a infilarmi gli auricolari ed ecco che compare Mary, in diretta da Londra. Parliamo della mia giornata, del mio weekend, della mia settimana. Mary vuole sempre sapere quello che faccio, per questo mi fa molte domande (è diventata bravissima a formularle italiano) ma mi fornisce sempre pochi dettagli sulla sua vita. Un giorno, Mary è sparita per un po’, ma solo dopo avermi avvisata con quella sua adorabile gentilezza che ho imparato a distinguere dal comune senso di correttezza inglese. Quando è tornata, sorridente e motivata, ha fatto entrare con grazia il suo nuovo compagno di viaggio nelle nostre lezioni che abbiamo deciso di chiamare in italiano, perché forse è anche così che il cancro può fare meno paura.

Poi è il turno di Jean, che mi parla da una soleggiata mattina californiana. Per lei oggi è un giorno importante: scriverà il suo voto sulla scheda ricevuta per posta e poi la andrà a imbucare nell’apposita scatola che hanno adibito nel vicinato. Sono sorpresa, non sapevo che funzionasse così. Segno tutto nella mia super bacheca di Trello, dove ogni carta corrisponde a uno studente. È grazie a questo gestionale per organizzare il lavoro da remoto che la settimana prossima sarò in grado di riprendere il discorso da dove lo avevamo lasciato. E grazie ad Alice che me lo ha fatto scoprire.

Dò un’occhiata al telefono e non mi sorprende la schermata piena di notifiche. C’è una mail che ha come oggetto “Mi faresti queste modifiche?” e una chiamata senza risposta. “Avevi bisogno di me?” digito su WhatsApp e premo invio. Magari riesco a chiudere l’eventuale urgenza prima di cena, penso, preparandomi al peggio. In quel momento mi viene in mente di non aver ancora mandato un comunicato stampa e mi affretto subito ad aprire l’app Memo sul mio pc per aggiungere l’ennesima nota.

Sono le 19, fuori fa buio e io ho la testa piena di pensieri. Controllo per, credo, la terza volta il calendario sincronizzato sullo smartphone, sempre più simile a un albero di Natale: la barra che segna il progredire del tempo si sta avvicinando alla parola “nonna”, per la quale ho scelto un bel giallo canarino. Sul fronte WA nessuna risposta, quindi decido di uscire.

Mi dirigo verso il percorso pedonale dietro casa. Di solito quello è il mio tracciato per correre, ma – siccome non riuscirei a farmi la doccia in tempo – opto per una camminata, che tanto il Fitbit è contento comunque.

Prendermi delle pause è un’abitudine che ho imparato a impormi da pochissimo tempo. Nei quasi quattro anni in cui ho esercitato la libera professione, ho sempre pensato al tempo con il solo scopo produttivo, dimenticandomi l’importanza della creatività che non può che generarsi grazie a momenti di rilassamento o di assorbimento di nuove conoscenze (come per esempio le occasioni di formazione).

Mentre ascolto un nuovo capitolo de “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” che ho iniziato su Storytel, il telefono vibra. “Come ci organizziamo per il Freelance Day e per Smau?”. È il mio “nuovo collega”, che fa il libero professionista da molti più anni di me e ho soprannominato Yoda. Gli rispondo, condividendo i miei dubbi sulla effettiva realizzazione dei due eventi: saranno in presenza o li faranno online?

Alla fine scopriamo che uno dei due sarà erogato solo online e con ogni probabilità anche l’altro. Per quanto ne comprenda a pieno le motivazioni, non mi nascondo una certa delusione. Al Toolbox Coworking di Torino, infatti, ho sempre imparato molto, cosa non affatto scontata per chi non ha un’azienda alle spalle che possa provvedere alla formazione dei suoi dipendenti. E poi a degli eventi belli come il Freelance Day si incontrano sempre persone interessanti. Io, per la seconda volta, l’ho fatto con Roberto, che è di Torino e fa il programmatore con una vita segreta da video maker. Ci siamo conosciuti al Talent Garden di Milano, ritrovandoci compagni di banco durante un evento a tema sogni. Col senno di poi quei sogni stanno prendendo sempre più la forma di progetti, anche se allora eravamo entrambi agli esordi di un percorso inconsueto quanto interessante.

Ma la regina dei percorsi (di vita e di carriera) più interessanti per me rimane Rossella, che ho incontrato per caso, assistendo a un suo “talk” durante Smau Milano 2019. Ricordo quanto la prima impressione non fosse stata delle migliori: un linguaggio troppo colloquiale, un discorso preso alla lontana… Ma dove voleva arrivare? Beh, oggi so di per certo che questa super donna emiliana è arrivata molto lontano e che per me rappresenta la più stimabile podcaster italiana (sì, io la metto sul podio insieme a Francesco Costa). Ascoltate Be My Diary e capirete.

Che peccato non poter vivere nuove esperienze di questo tipo insieme a Yoda, con cui condivido alcune passioni. Tra queste spiccano una militanza convinta nell’esercito anti anglicismi, una cieca devozione per Alessandro Barbero e un’attrazione spassionata per le newsletter di Super Good Life.

In particolare c’è stato un argomento sollevato da questi mitici consulenti per freelance che mi è rimasto impresso: il dualismo produzione-pianificazione che penso sia la chiave di lettura di qualsiasi “vita da freelance”.

Per esempio, ieri mattina mi sono resa conto di aver lavorato a testa china tutto il tempo, sentendomi relativamente bene: ero in pari con le scadenze, aggiornata con i colleghi e con gli studenti, insomma “sul pezzo”. Al pomeriggio, però, ho dovuto aprire un ticket alla mia commercialista di Flex Tax per farle una domanda a cui ne è seguita un’altra e poi un’altra. Ho “perso” tutto il pomeriggio nel cercare di capirci qualcosa di fisco e farmi venire in mente soluzioni per portare avanti il mio progetto nonostante i 150 cavilli burocratici che si piazzano immancabilmente tra le mie idee migliori e la loro effettiva realizzazione.

Ci sono giorni che trascorrono interamente così: a fare ricerche che portano a punti morti. Gli altri, sono quelli a risparmio energetico, in cui si fa, si produce e pure si fattura. Indovinate quali sono i miei preferiti?

Ebbene, sono i primi. Perché nella vita di un freelance non potrà mai esistere lo status quo, che coincide irrimediabilmente con la fine dei giochi. Un freelance, infatti, deve sempre ragionare sul lungo periodo e ritagliarsi uno spazio nel breve che gli permetta di fare sempre un po’ di più. Perché altrimenti la sua vita non cambierà mai.

Mentre ho questi pensieri, sto già rincasando dall’impegno famigliare. Stasera la nonna era convinta che fossi una dottoressa e mi dava del lei. Sorrido, mentre apro la porta di casa. Per fortuna Massimo ha preparato la cena, per fortuna a lui piace cucinare e possiamo così metterci a tavola, anche se sono le 21: 45.

Prima di infilarmi a letto, faccio mente locale per il giorno dopo: devo ricordami del colloquio con quella società spagnola che mi ha contattato su LinkedIn. Mi metterò un velo di trucco per la video intervista, perché sembra interessante.

“Gli italiani sono disposti a percorrere lunghe distanze in treno per raggiungere il luogo di lavoro pur di ritornare sempre a casa, che è dove c’è la lavatrice della mamma e gli amici dell’infanzia”. Chiudo “Coincidenze” di Tim Parks pensando che Neil non avrebbe potuto farmi un regalo migliore, ma ora sono troppo stanca per andare avanti a leggere quella storia.

Quella di oggi si conclude così, con il Fitbit che è inspiegabilmente finito di nuovo sul servomuto e due lampade che si spengono sui comodini, sopra cassetti pieni di sogni.

Prima di addormentarmi, il mio ultimo pensiero va ai genitori.

Ma loro… Com’è che fanno?

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