Il lavoro nella città, ovvero prendetevi il tempo di essere felici

29 gennaio 2017

un po’ di rabbia e tanto lavoro

Non so da quanto tempo voglio scrivere di un tema che negli ultimi anni ha preso sempre più spazio nella mia testa, mescolandosi nell’impasto tra sogni e realtà: il lavoro.

Il lavoro nella nostra società è un’entità che sa essere tanto concreta quanto concettuale. Perché il lavoro che ho inseguito per mesi è quello nascosto nelle parole di una job description, così condito di speranze da prendere il sapore di una porta in faccia. Due, tre, cento. E’ quello condotto da persone che non ti rispettano, nemmeno nel saperti comunicare un no. E’ quello per cui tu lotti, tenendo la testa alta perché non vuoi abbassare gli occhi sulla busta paga. E’ quello che vuoi avere la possibilità di imparare ma nessuno sembra volerti dare retta e se lo fa è solo per dirti che sei un’incapace.

“Non sai fare niente”. Quale capo capace di pronunciare queste parole è degno di un ruolo simile? Quanta ignoranza dovremo ancora sopportare prima che il valore della motivazione negli ambienti di lavoro diventi un bene comune?

In questi ultimi sette mesi con un orecchio ho raccolto tante meravigliose storie di viaggi, con l’altro ascoltavo storie del lavoro in città. Che poi sono storie di vita e di identità, perché il lavoro è sinonimo di dignità e quando conosci qualcuno, dopo il nome, matematicamente ti sentirai domandare “Cosa fai nella vita?”. Che lavoro fai?

Quante parole ci sono dietro un nome solo? Dietro fashion designer c’è anche buyer, assistente, account commerciale, commessa e non mi pagano nessuna trasferta, nessuno straordinario, non posso fare ferie e ho un contratto di apprendistato.

Dentro troppe persone si nasconde la parola mobbing.

La città è stata la mia salvezza in questa estenuante ricerca della felicità. Mi ha regalato le sue strade da camminare, i suoi angoli da scoprire, i suoi treni per viaggiare e continuare a camminare. La fortuna aiuta gli audaci e la sfiga è la miglior portatrice sana di coraggio. Certe volte ha preso la forma delle amiche e della stima che sono capaci di trasmettermi, altre volte quella dell’ironia. Perché non c’è modo migliore di affrontare un ostacolo serio se non prendendosi gioco di lui.

Così mi sono messa a cercare le aziende più divertenti e a fare networking, indubbiamente tra gli strumenti più potenti su questa Terra, insieme agli abbracci e alle risate. Ho parlato con persone interessanti stando comodamente seduta al tavolo della mia cucina, mentre sullo sfondo dello schermo scorgevo i palazzi di Londra, il mare di Malta e mi immaginavo l’aria frizzante di Tallin. Ho iniziato piccole collaborazioni e aperto la partita IVA perché credo nelle opportunità e ho deciso che non mi spaventa più niente. Ho fatto prove, errori e mi sono corretta, ho aperto gli occhi e le orecchie. Mi sono ricordata di una promessa che avevo fatto a me stessa e l’ho tirata fuori dal cassetto. L’ho scritta, perché scrivere è ciò che amo fare ed essere felici è ciò a cui tutti noi dovremmo desiderare sopra ogni cosa.

Il lavoro nella città ha il profumo del pane appena sfornato di chi vive la notte e dorme di giorno. Ha il suono delicato di un gesso sulla lavagna e di bambini che parlano lingue diverse, ma ti chiamano “maestra”. Il lavoro nella città è lo stesso che i tuoi genitori portano avanti ogni giorno da trent’anni. E’ anche quello di chi sia alza alle 6 del mattino per correre in stazione, ma poi torna a dormire dove l’indifferenza della metropoli lascia spazio ai nomi delle persone. Il lavoro in una città come la mia è anche passione, come quella volta che la incontrai in mezzo a una coppia di restauratori con il camice bianco, gli occhiali grandi e gli occhi immersi nei dettagli di un dipinto antico. Non riuscivo a staccare gli occhi dalla vetrina della loro bottega.

13 febbraio 2017

il lavoro nella città

Sono passati un po’ di giorni dalle mie precedenti riflessioni. In questa pausa non scritta sono successe alcune cose rilevanti.

Una persona da me sopra citata ha fatto una delle scelte più coraggiose che si possano fare nella propria vita: ha lasciato il suo lavoro. Lo ha fatto dopo anni di sofferenze e ingiustizie, lo ha fatto senza avere un’alternativa se non quella di restare a lavorare per la stessa azienda, lo ha fatto consapevole di avere un affitto e un’auto da pagare …  e ha fatto bene. Quanto tempo regaliamo a cause che non ci interessano? Quanti sogni domiamo a suon di procedure standard e lavori full time? Quante volte spegniamo il cervello perché siamo stanchi di ascoltare sempre gli stessi pensieri? Il lavoro nella città esiste per chi si muove a cercarlo.

E’ successo anche che sono entrata a conoscenza di una storia incredibile, nata proprio nella mia città. Claudio è partito il 4 maggio 2014 per un viaggio lungo quasi 3 anni. Ha lasciato un sicuro posto in banca per inseguire un sogno, nonostante il diabete, nonostante tutto quello che può comportare attraversare 44 paesi da solo, senza mai prendere un aereo. Ha raccontato la sua esperienza in Triptherapy, il suo blog che non vedo l’ora di leggere, e ora è pronto a far conoscere a tutti il suo libro e a iniziare una nuova fase della sua vita nella sua città natia…perché Il lavoro nella città cambia insieme a noi.

E’ successo, infine, che sono tornata a Barcellona dopo 7 mesi. Appena arrivata in città mi sono sentita a casa: sono andata in banca e poi a citofonare a casa di amici, come se il tempo non fosse mai passato. Li ho rivisti tutti, uno a uno, e insieme abbiamo riso tantissimo e ci siamo raccontati come procedono le nostre vite. Ogni storia mi è parsa incredibile e meravigliosamente unica. Il dinamismo di Barcellona mi ha dato una carica indescrivibile e la voglia di fare delle persone che ci vivono non ha fatto che confermare il fatto che non esistono città che danno lavoro, esistono persone che lo vogliono. Perché anche a Barcellona c’è gente che non trova lavoro, oppure lo lascia perché è troppo noioso per il suo animo intraprendente. Possono passare mesi e mesi prima di riuscire a imboccare la propria strada e rendersi conto che in tutto quel tempo non si è fatto altro che costruirsela, passo dopo passo.

In questi sette lunghi mesi la mia ricerca di un lavoro mi ha fatto incontrare persone brutte e non saprei descriverle con un altro aggettivo. Brutte dentro e brutte fuori, perché non c’è bellezza esteriore quando si è vuoti: privi di una morale, di rispetto e di professionalità, tre caratteristiche che, a mio parere, non devono mai mancare quando ci si muove nel mondo del lavoro. Ed è solo quando ho deciso di sviare il sistema che ho cominciato a incontrare le persone migliori, quelle che hanno fatto degli interstizi della società la sede dei loro progetti. Così mi sono messa in gioco e ho iniziato a dire un sacco di sì a tutti coloro che avessero realmente voglia di conoscermi. E non bisogna avere paura di sbagliare perché le vere intenzioni delle persone le si leggono negli occhi.

Essere autonomi è una cosa bellissima e rende la tua quotidianità ogni giorno diversa: un esempio? Forse lo scriverò in un altro articolo, insieme alle spiegazioni riguardo alle tasse da pagare e a tutti gli svantaggi di essere freelancer (perché lo so che stai pensando a quello in questo momento).

quello che del lavoro non dicono

Il punto però adesso è un altro, che poi per me è sempre lo stesso: bisogna essere felici. Nella vita (sempre quella, unica, che non torna indietro) bisogna essere felici. E la felicità non ha regole scritte: non bisogna per forza andare a ballare, spegnere la tv, lasciare a casa lo smartphone, viaggiare con lo zaino in spalla, andare in un hotel con la spa, comprare un cane, avere un figlio, avere un fidanzato. Molte delle cose che ho appena elencato mi rendono davvero felice, ma non è detto che lo stesso valga per un’altra persona. Allo stesso tempo leggere la lettera di Matteo in risposta a quella lasciata da Michele prima di suicidarsi, mi lascia molto triste. Questo ragazzo di 30 anni si è ucciso per la disperazione di non riuscire a trovare lavoro e non ci sono parole che possano riempire il vuoto lasciato da una vita, la sua. Chi non lo giustifica e trova il coraggio di presumere che la propria opinione debba essere pubblicata su un giornale non solo non ha cuore, ma probabilmente non ha mai provato la disperazione di non sentire un senso nella propria vita. Siamo tutti bravi a predicare guardando indietro,  siamo tutti bravi a giudicare gli altri senza avere il coraggio di vestire i loro panni, per davvero. Ci sono persone che fanno poca fatica a raggiungere degli obiettivi, certe volte se li trovano lì sulla strada e si divertono a trasformarli in etichette per il proprio curriculum. Vorrei dire a queste persone che arriverà il giorno in cui sarete in difficoltà anche voi e quel  giorno vi assicuro che non saprete come affrontarle.

A tutti voi voglio lasciare traccia di alcuni strumenti che mi hanno dato la forza di andare avanti in questo periodo e hanno saputo ispirarmi come non mai. Non parlo di qualcosa di fisico, ma di pagine web piene di parole preziose. Sto parlando di Trent’anni e qualcosa e della sua immensa bravura nel dare consigli con precisione e onestà, condendoli con un pizzico di ironia e di romanticismo. Sto parlando dei viaggi incredibili di Mente Nomade e Photographer of Dreams. Sto parlando anche di Donne che emigrano all’estero e Nomadi Digitali. Per la natura del mio lavoro parlo anche di Ninja Marketing e di tutto quello che mi ha insegnato.

Prendetevi il tempo di leggerli, prendetevi il tempo di cercare le vostre fonti di ispirazione e prendetevi il tempo di essere felici.

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Un pensiero su “Il lavoro nella città, ovvero prendetevi il tempo di essere felici

  1. scendodallenuvole ha detto:

    Sono d’accordissimo con te. La vita è troppo breve per passare ogni nostro giorno facendo un lavoro che odiamo! Molte persone, però, dicono “Il lavoro è lavoro, non piace a nessuno…basta che ti dia da mangiare” e invece sono convinta che se ognuno di noi potesse fare qualcosa che ama davvero, il mondo sarebbe un posto migliore.

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